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Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli |
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Testo del catalogo
Storia del libro a stampa
Le testimonianze fanno risalire a circa 3000 anni prima di
Cristo l'esigenza dell'uomo di trasmettere il proprio pensiero in
maniera duratura. I primi segni grafici furono tracciati in epoca
primitiva sulle pareti delle caverne e sulle pietre. Gli antichi
popoli del Mediterraneo usavano per la scrittura tavolette
d'argilla che venivano cotte dopo essere state incise. I
greci e i latini usarono le tavolette di legno che potevano
essere imbiancate o cerate e sulle quali si scriveva a sgraffio.
Su quelle cerate la scrittura poteva essere cancellata e le
tavolette potevano essere utilizzate di nuovo. Le tavolette
cerate furono usate per molto tempo. Esse venivano unite insieme
a formare il codice detto dittico o trittico
a seconda se era formato da due o tre tavolette.
Le materie scrittorie più usate furono il papiro e
la pergamena. Il papiro è tra i
materiali vegetali quello più idoneo a ricevere la scrittura. In
Egitto dallo stelo del papiro si ricavavano strisce sottili che
erano disposte una accanto all'altra e essiccate al sole. I fogli
ottenuti erano arrotolati intorno a un bastoncino di legno o
avorio detto umbiculus che aveva pomelli sporgenti
e formavano il volumen. Il papiro fu usato dagli
Egizi fin dal III millennio a. C. e fu sostituito dalla
pergamena.
Utilizzata nel Medioevo la pergamena è prodotta
con la conciatura di pelli di animali (agnello, pecora e capra),
le quali venivano macerate nella calce, raschiate e fatte
seccare. Ben levigate con pietra pomice potevano essere usate su
entrambe le facce. Alla pergamena veniva data la forma di codice
(come il nostro libro). I testi sulla pergamena erano copiati a
mano sullo scriptorium. I monasteri e le
istituzioni ecclesiastiche che detenevano il monopolio della
cultura si occuparono della compilazione e la copiatura dei
libri. Furono così trascritte e tramandate Bibbie, scritti dei
padri della Chiesa, opere di matematica, di medicina e
astronomia.
I testi antichi manoscritti divennero un prodotto molto richiesto
sia dai principi laici che dal clero.
Il problema di raffigurare su più esemplari gli stessi segni
o le stesse immagini fu affrontato con l'uso delle tavole in
legno inchiostrate per stampare testi e disegni incisi. Questa
tecnica che anticipò l'invenzione della stampa fu favorita
dall'introduzione della carta. La carta fu scoperta dai cinesi
all'inizio del II secolo d.C. Furono gli Arabi che nell'anno 751
la diffusero nelle regioni del Medio Oriente e da lì in Marocco,
in Spagna e nel XII secolo in Italia. Prima in Sicilia poi a
Genova e a Venezia. La prima cartiera italiana è quella di
Fabriano nel 1276. I cartai italiani diventarono presto molto
famosi e inventarono la filigrana come marchio distintivo di
fabbrica. La materia prima della carta erano gli stracci.
La coltivazione della canapa e del lino e la sostituzione della
tela alla lana aumentò l'uso degli stracci che venivano
sminuzzati e lasciati macerare in acqua saponata dosata, in modo
da ottenere un impasto denso. La pasta veniva successivamente
stesa su un telaio con fili metallici (filoni e vergelle)
con disegnata al centro la filigrana. Le forme erano lasciate ad
asciugare separate da dei feltri che assorbivano l'acqua residua
e poi stese su degli stenditoi. I fogli venivano ricoperti da
colla animale perché non assorbissero, una volta asciugati,
l'inchiostro e venivano lisciati con una selce. In Italia le
cartiere si diffusero soprattutto in Liguria e a Venezia. Con la
diffusione e la produzione dei libri a stampa, la carta era
sempre più richiesta e gli stracci non bastavano a soddisfare il
mercato. Già nel 1700 si cominciò a produrre la carta dal
legno. La carta ricavata dalla paglia, dalle ortiche e dai
mughetti tenta di rimpiazzare quella ottenuta con gli stracci.
Nel XIX secolo la carta è costituita dalla cellulosa, una
componente del legno. Oggi i tronchi d'albero sono triturati e
ridotti in poltiglia e lavorati da macchine che fabbricano la
carta.
La stampa, cioè la riproduzione di un testo o figura eseguita
con mezzi meccanici si affermò in Europa verso la metà del XV
secolo.
Nel 1440 Johann Gutenberg, un orafo di Magonza, con la stessa
tecnica usata per incidere i metalli, inventò la stampa a
caratteri mobili. I caratteri combinati tra loro formavano le
parole, le frasi e le pagine intere. Gutenberg adatta alla sua
invenzione il torchio da vino. Stringendo una vite con una barra
di legno una tavola scendeva comprimendo il foglio di carta
contro i caratteri. Per ottenere il formato desiderato per il
libro, il foglio di forma ottenuto era piegato più volte: per il
formato in folio, usato generalmente
per i libri di studio il foglio era piegato una sola volta ed
aveva quattro pagine stampate, per il formato in quarto
(4°), due volte e otto pagine stampate, per il formato in
ottavo (8°) tre volte e sedici pagine stampate fino a
quelli più piccoli in 12°, 16°, 32° e così via.
I primi libri a stampa, ancora per molti anni, mantennero
l'impostazione caratteristica del testo a due colonne, sul
modello degli antichi codici manoscritti. Anche il disegno del
carattere e l'impostazione del testo sul foglio doveva essere
molto simile a quello usato dagli amanuensi. All'inizio del testo
veniva lasciato lo spazio per poter incidere o decorare il capolettera.
Le lettere da stampare erano fatte a mano e i primi stampatori
cercavano di ottenere, più che la chiarezza e leggibilità, la
regolarità delle singole lettere. Verso il 1480 si cominciò ad
apprezzare la superiorità dei libri stampati. Le lettere erano
conservate dagli stampatori nelle casse che contenevano i
caratteri tipografici divisi per lettera dell'alfabeto. I
caratteri vengono allineati lungo il compositoio in
modo da formare la riga da stampare. I segni contenuti nelle
casse dei compositori diminuirono: dai 300 posseduti da Gutenberg
agli 80 usati dai tipografi alla fine del 1500.
Dopo circa cinquant'anni dalla morte di Gutenberg, avvenuta nel
1468 i principali tipi di carattere erano la littera
antiqua tonda o corsiva e quella gotica.
In Italia si diffuse maggiormente l'uso della littera antiqua
grazie a Aldo Manuzio che nel 1501 per i suoi libri
"tascabili" adottò un carattere, disegnato da un
incisore e tipografo bolognese Francesco Griffo, che fu
denominato corsivo o italico. Questo
tipo di carattere ebbe molto successo e fu presto imitato da
numerosi stampatori sia in Italia che all'estero. Solo la
Germania continuò ad adottare, dopo la morte di Aldo Manuzio, il
carattere gotico.
Il predominio nei paesi tedeschi e in quelli scandinavi della
lettera gotica era dovuto all'influenza degli scritti di
argomento teologico piuttosto che umanistico sostenuti dagli
insegnamenti tomistici all'università di Colonia e di teologia
luterana a quella di Wittemberg, due città che erano anche
centri attivi della stampa.
Il foglio ottenuto dalla lavorazione della carta veniva
impresso dallo stampatore non pagina per pagina ma su grandi
fogli che venivano poi piegati in modo da formare un fascicolo
con un certo numero di pagine "foglio di forma": ogni
foglio era segnato sulla prima pagina con una lettera così che
tutti i fogli erano ordinati in ordine alfabetico.
L'alfabeto era composto da 23 segni posti sempre nello stesso
ordine. Ogni carta della prima metà del fascicolo riportava sul
recto la segnatura corrispondente. La
collocazione esatta delle pagine all'interno del fascicolo era
determinata da un'operazione chiamata imposizione,
mentre l'ordine dei fascicoli e dei fogli all'interno di ciascun
fascicolo dal sistema della segnatura. Il riepilogo delle
segnature era riportato alla fine del testo, nel registro,
e permetteva al legatore di rilegare correttamente il libro una
volta stampato.
Altro elemento caratteristico nella struttura del libro antico è
il richiamo. Apparso in Italia e Francia nella
metà dell'XI secolo consisteva nello scrivere alla fine di ogni
pagina le prime sillabe della successiva per facilitare lo
stampatore nell'imposizione, dato che le pagine non
erano sempre numerate.
Il frontespizio è la prima pagina di un libro che contiene
gli elementi identificativi dell'opera: autore, titolo, casa
editrice. Nei libri antichi manoscritti il frontespizio manca e
il titolo è generalmente scritto nell'incipit, cioè
la prima o le prime parole del testo. Alla fine del Quattrocento
quasi tutti i libri hanno un frontespizio che però non ha ancora
l'aspetto attuale.
All'inizio del XVI secolo ne troviamo, infatti, alcuni incompleti
se si confrontano con i libri moderni. Molto spesso le
indicazioni riguardanti l'edizione si ritrovano nel colophon,
una sottoscrizione alla fine del testo che riporta il nome dello
stampatore, la data e il luogo di stampa.
Il frontespizio si afferma come elemento essenziale del libro
solo nel 1500, o meglio fu Erhard Ratdolt, tedesco trapiantato a
Venezia, che nel 1476 pubblicò il primo libro con un
frontespizio. Nel corso del 1500 fu usato da tutti i tipografi e
subì molti cambiamenti. La sua fortuna è da attribuire ad una
serie di fattori: la crescente affermazione di individuare la
paternità del libro, la funzione pubblicitaria affidatagli da
editori e tipografi ma anche la necessità di distinguere, in un
periodo di aumento della produzione, un libro dall'altro.
Inizialmente molto ridotto, il titolo, nel corso del XVI secolo,
si allunga oltre misura: gli editori con la preoccupazione di
riempire tutta la pagina vi aggiungono anche le indicazioni sul
contenuto dell'opera, le dediche a principi e molto spesso anche
gli indirizzi delle tipografie.
Nella seconda metà del 1500 la preoccupazione dei tipografi è
quella di decorare il frontespizio. Si diffonde la moda delle
cornici incise affidate ad artisti incisori veri e propri. Le
cornici sono molto varie: spesso sono molto semplici e
racchiudono una iscrizione che riempie la pagina oppure sono
intorno a poche parole e sono molto decorative.
I motivi sono anch'essi vari: stele con cornici di differenti
forme e ornamentazione, portali affiancati da colonne e statue,
cornici istoriate. Alla fine del XVI secolo il frontespizio è
sempre più di frequente inciso e appaiono sempre più iniziali
ornate e istoriate. Anche il ritratto dell'autore diventa insieme
alla marca tipografica un elemento decorativo del frontespizio.
Tipica dei libri stampati nel 1500 l'insegna tipografica
incisa, oltre ad essere un decoro ornamentale, ha anche un valore
funzionale di salvaguardia dalle contraffazioni. Si presenta come
una raffigurazione simbolica accompagnata alla maniera di
un'impresa araldica e da un motto. In origine era un
"marchio di fabbrica" come quello di tante altre
imprese ed era posta di solito nell'ultima pagina bianca del
libro. All'inizio del XV secolo passò dalla fine del volume
anche, o soltanto, sul frontespizio. Essa diventa trascrizione
figurata del cognome del tipografo: il grifone per Giovanni
Griffio e per i francesi Gryphius, un guerriero che cavalca un
lupo per i Cavalcalupo, il drago per Vincenzo Busdraghi oppure
rappresentazione con significato allegorico come la fenice dei
Giolito che rappresenta immortalità, la cometa della stamperia
di Francesco e Giordano Ziletti che rappresenta "chiarezza
di fama, virtù e potenza eterna".
Le insegne tipografiche talvolta raffigurano il simbolo della
città in cui le imprese lavorano: il giglio di Firenze, ad
esempio, adottato per concessione di Luigi XI dai fiorentini come
stemma della loro città, è da sempre la celebre marca dei
Giunta.
Anche gli stemmi araldici di alcune famiglie nobili sono usati
come marche tipografiche: lo stemma mediceo usato da Lorenzo
Torrentino che fu stampatore ducale e lo stemma dei Farnese di
Set e Erasmo Viotti che furono anch'essi stampatori ducali a
Parma.
La più famosa marca tipografica del mondo è quella di Aldo
Manuzio e dei suoi successori che comparve per la prima volta nel
1502 in un'edizione di poeti cristiani antichi. Della marca,
raffigurante l'ancora con un delfino esistono varie versioni
riconducibili all'ancora secca e a quella grassa. La secca,
ottenuta con il solo contorno, è propria dei tempi di Aldo. La
seconda rappresentata in modo plastico come arrotondata è stata
usata dagli eredi. I simboli usati nell'insegna, il delfino e
l'ancora rappresentano rispettivamente la celerità della
intuizione insieme alla ponderatezza nel lavoro.
Le caratteristiche tipologiche del libro antico non derivano
solo dal processo produttivo legato alla tipografia ma anche e
soprattutto dalla storia vissuta dai libri. La maggior parte
delle legature dei libri antichi sono il risultato del suo
consumo piuttosto che della sua produzione. Sono molto importanti
per ricostruire la storia del singolo libro antico in rapporto a
quella di altri con cui ha condiviso le stesse vicende. Le
legature di ciascun fondo librario sono caratterizzate da
particolari elementi che spesso permettono di stabilire
l'appartenenza del libro ad una determinata famiglia, biblioteca
o istituzione.
Le legature dei libri antichi sono molto resistenti e di qualità
superiore alle legature moderne. I primi libri sono legati da
artigiani che ricoprono il dorso e i piatti, fatti di solidi e
massicci assi di legno, con stoffe preziose soprattutto quando si
tratta di libri di lusso che appartengono a personaggi illustri.
In altri casi i libri sono rivestiti con le pelli di animale:
marocchino o pergamena.
I piatti sono decorati con fregi raffiguranti motivi floreali,
stemmi di casate che sono impressi a secco o in oro con piccoli
ferri e ripetuti più volte. Le legature più antiche presentano
sui piatti fermagli metallici e borchie per proteggere la
legatura stessa e molto spesso sono eseguite dai frati nei
conventi in cui il libro veniva usato. Il titolo dell'opera può
anche essere scritto sui tagli perché i
libri erano conservati orizzontalmente uno sull'altro.
La produzione delle opere classiche in formati economici, ideata
da Aldo Manuzio, influenza anche l'aspetto fisico del libro:
anche le legature diventano più semplici e meno pregiate. Agli
assi di legno si sostituiscono quelli in cartone ricoperti o da
pelle, pergamena o da carta decorata. I libri stampati non erano
legati dall'editore ma i fascicoli che venivano venduti sciolti
erano ricoperti successivamente e secondo il gusto
dell'acquirente. I fascicoli venivano cuciti con un filo che
veniva fermato sul capitello, quasi sempre di due colori ed era
anch'esso un elemento decorativo dell'esemplare. I tagli
erano spesso decorati con uno o più colori e nei libri più
preziosi erano in oro. Il titolo dell'opera e il nome dell'autore
erano scritti a mano sul dorso oppure impressi a inchiostro o in
oro su una etichetta applicata successivamente sul dorso.
La conservazione è un momento importante nella gestione del
patrimonio librario. Conservazione è anche valorizzazione della
storia delle raccolte librarie e dei contesti storici e culturali
che le hanno prodotte.
Il restauro è un momento importante nella conservazione del
fondo. Ripristinare la vera funzione d'uso intervenendo sui
documenti deteriorati dal tempo e dalle cattive condizioni
ambientali non significa ricostruire ex novo utilizzando
materiali moderni.
Il restauro di un libro antico deve essere fatto salvaguardando
soprattutto il valore dell'esemplare mantenendo il più possibile
i materiali con cui esso è fatto. La ricostruzione delle
legature e delle carte danneggiate deve sempre rispettare le
caratteristiche con cui esso è sopravvissuto nei secoli.
Conservazione, oltre che restauro, deve essere anche prevenzione
e quindi controllo e conoscenza dei meccanismi che provocano il
deterioramento del libro.
Il 26 dicembre 1943 l'attacco degli americani e il bombardamento sulla città di Empoli provocarono distruzione e morte. Anche la biblioteca "Renato Fucini" fu colpita lievemente. I danni nella zona di via Cavour, sede della biblioteca, furono molto lievi rispetto a quelli di altre zone della città: solo tetti rotti e vetri delle finestre frantumati. Dalle finestre della sala Tassinari, la sala in cui è conservato tutto il patrimonio donato dallo studioso fiorentino, penetrarono alcune schegge di bombe che rompendo i vetri si conficcarono nei libri collocati negli scaffali vicino le finestre, provocando in più punti delle lacerazioni dall'alto verso il basso che tracciano la traiettoria dei proiettili. I libri sono stati conservati in questo modo per tutti questi anni a testimonianza di quell'evento tragico e distruttivo che fu la guerra. Nel 1998 alcuni di quei libri, le edizioni del 1500, sono stati restaurati allo scopo di ripristinare la funzione originale e di preservare ad un ulteriore deterioramento gli esemplari più pregiati. Gli interventi di restauro hanno interessato gran parte delle coperte e delle carte che erano completamente lacerate e non permettevano più al libro di aprirsi. I libri non restaurati saranno conservati negli stessi scaffali come testimonianza di quella tragica notte di Santo Stefano.
Giovanni Marchetti, nato a Empoli nel 1753, fu uno dei più
dotti ecclesiastici del suo tempo.
Visse per molti anni a Roma dove studiò la filosofia e le
scienze. Nel 1777 fu ordinato sacerdote e nel corso della sua
carriera ecclesiastica fu investito di numerose cariche tra cui
quella di arcivescovo d'Ancira.
Fervido scrittore di opere teologiche, nel 1819 lasciò la sua
biblioteca personale, collezionata con i risparmi di una vita,
alla città natale. Il fondo, di circa diecimila volumi, ha posto
le basi per la costituzione della biblioteca comunale
"Renato Fucini". Morì nel 1829.
Giuseppe Tassinari nacque a Firenze il 3 settembre 1802. Trascorse la sua infanzia nei seminari, prima a Prato poi a Firenze dove viene educato allo studio delle lettere e ad amare la poesia. A diciotto anni si iscrive alla sezione giuridica dell'università di Siena anche se era profondamente attratto dalla letteratura: Foscolo, Shelley, Byron influenzarono notevolmente la sua giovinezza. Si trasferì all'università di Pisa e si laureò nel 1824. Viaggiò molto in Italia. Tornato in Toscana si ritirò nella villa di Poggio Ubertini e si dedicò allo studio scientifico e pratico della scienza agricola allo stesso modo di altri studiosi toscani, Cosimo Ridolfi e Antonio Salvagnoli Marchetti. Il fondo Tassinari è costituito da 9001 opere ripartite in 11.779 volumi e 1633 opuscoli e si caratterizza per una eterogeneità di composizione. Il suo amore per gli studi umanistici è testimoniato dalla numerosa presenza di opere di autori classici greci, latini, italiani e stranieri. Il suo amore per i viaggi è documentato dai libri di viaggio dell'Ottocento e da numerosi atlanti. La ricchezza e varietà di questo fondo librario rispecchiano le sue tendenze bibliofile documentata da numerosi repertori bibliografici e dizionari sette-ottocenteschi e da pregevoli annali tipografici di Aldo Manuzio (Firenze, Molini, 1873) agli Annali della Tipografia di Lorenzo Torrentino (Firenze, presso Niccolò Carli, 1809) e quello della tipografia Volpi Cominiana (Padova 1809). Il fondo è conservato in una sala della Biblioteca così come furono le sue volontà lasciate nel testamento: "in una monumentale scaffalatura lignea". Al fondo Tassinari appartengono anche le opere di altri studiosi: Giuseppe Montani che a causa di dissesti finanziari dovette vendere la sua biblioteca composta di duecento libri allo stesso Tassinari e Antonio Pagni, prelato fiorentino.
Antonio Salvagnoli Marchetti discende da una delle più
antiche famiglie di Empoli: la famiglia Salvagnoli. Originari di
Corniola, "un paesello di poche case sopra una amena collina
nei dintorni di Empoli", i Salvagnoli alla morte di Isabella
Marchetti, moglie di Niccolò Salvagnoli, ne assunsero, come
eredi, il nome. Antonio Salvagnoli Marchetti era nato il 13
agosto 1810 ed era il terzo dei figli del dottor Cosimo che fece
parte della Deputazione della Comunità di Empoli per rendere
omaggio nel 1791 al granduca di Lorena Ferdinando III. Antonio si
laureò in medicina, e condusse una vita da studioso, pur
seguendo il fratello Vincenzo nelle lotte e nelle cure politiche.
Fu deputato a Empoli e per la sua attività nei pubblici uffici e
per il sincero amore per la patria fu nominato senatore del
Regno.
Autorevole membro dei Georgofili, fu nominato dallo stesso
governo a capo di una commissione sanitaria incaricata di
studiare le condizioni igieniche della provincia grossetana e
pubblicò in quella occasione una "Statistica medica delle
Maremme toscane".
Appassionato di scienze naturali nel 1835 scoprì e descrisse un
ragno velenoso che volle fosse chiamato Aranea Savi, in omaggio
al suo amico Paolo Savi, illustre naturalista.
Numerose sono le sue pubblicazioni soprattutto di statistica e
scienze economiche. Molti altri suoi lavori scientifici giacciono
inediti nell'archivio di famiglia. Il 28 luglio 1878 morì a soli
67 anni e fu seppellito nel Cimitero della Misericordia.
Lasciò gran parte della ricca biblioteca di famiglia,
consistente in 2500 volumi, alla Biblioteca comunale di Empoli.
Il convento dei Cappuccini sorse nel 1608 su iniziativa di un
gruppo di facoltosi empolesi capeggiati da Benedetto Giomi alla
cui morte nel 1618 subentrò il figlio Alessandro deceduto in
mare l'anno successivo e sostituito nel patronato dal granduca
Cosimo II. Sulla facciata, infatti, oltre alle insegne medicee ci
sono anche quelle dei Giomi.
Nel 1867, soppresso il convento e cacciati i frati, l'immobile
divenne proprietà demaniale e fu utilizzato come cimitero
monumentale da parte delle famiglie più facoltose che vi
eressero le loro cappelle. I libri della biblioteca del Convento
furono acquisiti dal Comune di Empoli.
Nel fondo dei Padri Cappuccini, ora nella biblioteca comunale,
sono stati trovati numerosi volumi appartenenti ad altri conventi
dello stesso ordine, a testimonianza della fitta rete di contatti
che esisteva nell'istituzione conventuale.
Il convento di Santa Maria a Ripa
Il Convento di S. Maria a Ripa fu fondato nel 1483. La chiesa
e il territorio circostante furono donati dalla famiglia Adimari,
molto influente, in tutto il 1400 e il 1500, sia sulla vita
religiosa che su quella economica di Empoli.
Dopo la donazione degli Adimari i frati avevano la loro dimora
presso la chiesa in locali piuttosto piccoli. Nel 1487 la chiesa
fu ampliata con la costruzione della sacrestia e il refettorio.
Nel primo ventennio del 1500 la chiesa viene abbellita e le
cappelle acquisiscono i loro patroni: S. Zanobi, Santa Lucia, San
Donato, San Lorenzo. La chiesa fino alla sua consacrazione nel
1540 era intitolata "Santa Maria delle Grazie". Della
costruzione del convento si sa poco. Tra il 1540 e il 1565,
quando era guardiano Padre Antonio Giannini da Empoli, il
convento si presentava ormai come una struttura quadrangolare
attorno al chiostro. A sud, accanto all'orto erano state
costruite le officine e al piano superiore la prima biblioteca.
Nel 1601 il pittore Lorenzo Bonini fu incaricato di affrescare
con episodi tratti dalla vita di San Francesco le lunette del
loggiato di facciata. Entro il 1550 furono poste le colonne
corinzie per impreziosire la navata e furono costruite le edicole
degli altari su cui rimangono gli stemmi delle famiglie nobili
che patrocinarono i lavori: Malaspina, Marchetti, Sandonnini,
Cavalli. Fu proprio un esponente di questa ultima famiglia, Padre
Anton Francesco Cavalli, guardiano del convento, che tra il 1640
e il 1656 fece restaurare la cappella e il Convento che già da
allora assunse l'aspetto attuale. La "libreria" fu
costruita da P. Vincenzo Cipollini nel 1629 e gli ambienti furono
arredati da P. Cavalli che fornì anche i libri: "La
libbreria ... è adornata di dodici ottangoli indorati, dove sono
l'Immagini dell'Apostoli divenuti due quadri di conclusioni con
cornici e venti ottagonali più piccoli di fiorami e paesi. I
banchi, scaffali, soffitta e catadra sono di cipresso. I libri
d'essa ascendono al numero di 1220. La scuola è nella medesima
libraria".
Nella seconda metà del secolo Santa Maria ospita numerosi
religiosi di elevata cultura P. De Terrinca e P. Girolamo Stella
di Livorno. Nel 1677 il Convento è dichiarato studio di
filosofia o seminario e nel 1686 addirittura studio di Teologia
provinciale sostituendo la sede di Livorno. Per tutto il 1700 gli
interventi al Convento sono soltanto di ordinaria manutenzione.
Nel 1833 viene costruito il nuovo seminario cosiddetto
"quartiere Bargellini". Il seminario è però
frequentato da non più di 3 o 4 studenti e definitivamente
chiuso nel 1836 quando viene aperto lo studentato di Pontassieve
e Prato.
Dopo le soppressioni del 1866 dello Stato Italiano, il Convento,
ad eccezione della chiesa e degli ambienti adiacenti che rimasero
di proprietà della parrocchia, diventò di proprietà del
Comune; il complesso fu poi riacquistato dai frati nel 1882.
Altre modifiche e abbellimenti furono apportati alla chiesa e al
convento nei decenni successivi. Alcune sale del seminario furono
ristrutturate per ospitare una famiglia di suore della
congregazione Suore francescane missionarie del Cuore Immacolato
di Maria che dal 1942 dettero vita ad una scuola materna. Dalla
partenza delle suore nel 1992 i locali sono stati destinati ad
accogliere alcune associazioni cattoliche: Terziari, Scout e
Misericordia. La chiusura del Convento nel 1994, prevista
dall'Ordine per mancanza di un numero sufficiente di religiosi,
è stata revocata dalla Curia fiorentina per conservare la più
antica parrocchia francescana istituita nella regione, che rimane
a testimonianza dell'Ordine dei Minori nelle terre empolesi.
Glossario
Capolettera: lettera più grande delle altre
incisa o miniata.
Colophon: formula conclusiva nella quale il copista
fornisce informazioni su di sé e sulla copia eseguita: nome del
manoscritto, data, luogo. Nei primi libri a stampa il titolo
dell'opera e i nomi dell'autore e dello stampatore continuano ad
essere riportate alla fine del testo.
Compositoio: lamina di metallo su cui il
compositore allinea i caratteri per formare le linee.
Imposizione: collocazione esatta delle pagine
all'interno del fascicolo.
Registro: riepilogo delle segnature alla fine del
testo.
Richiamo: prime sillabe della parola della pagina
successiva.
Scriptorium: nei conventi medievali era riservato
alla trascrizione dei manoscritti.
Segnatura: numero, lettera o segno indicante i un
volume la progressione dei gruppi di pagine che sono stampate su
un unico foglio, poi piegato e rilegato.
Galleria di immagini dalla mostra didattica
URL:
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/fondi/antico/futuro_mos.htm
Data creazione: 1999-08-16. Data ultimo aggiornamento: 2003-08-10. Webmaster