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La mostra "Tesori di carta a Empoli", organizzata nell'ambito
della manifestazione cittadina "Luci della città",
permette di far conoscere ed apprezzare ai cittadini empolesi
il patrimonio bibliografico antico di cui è ricca la
nostra città.
La mostra, divisa in sei sezioni, è articolata secondo un
percorso cronologico che parte dal Trecento arriva all'Ottocento,
ed illustra le evoluzioni e i cambiamenti che il libro ha subìto
nel corso dei secoli.
Una sezione particolare è dedicata ai Codici Miniati della
Propositura di Empoli che, dopo diversi anni, sono di nuovo
mostrati alla città.
Nella selezione degli esemplari presentati, particolare
attenzione è stata rivolta al legame che essi hanno con Empoli:
testimoniano la storia sociale della città e
permettono di ricostruire i percorsi della diffusione della
cultura nella realtà locale.
L'evoluzione più importante nella storia del libro prima
dell'invenzione della stampa è stato il Codice. Il codice
si può definire come un insieme di fogli di qualsiasi materiale
flessibile scritti su recto e verso, piegati e
riuniti lungo il dorso da una cucitura e protetti da una coperta.
I più antichi manoscritti, in lettere capitali, ricalcati su
modelli epigrafici, hanno un aspetto inconsueto e poco attraente
per il lettore moderno a causa della compattezza del testo, sia
esso trascritto a righe o a colonne.
A partire dal V secolo per evidenziare le partizioni del testo si
incominciò a spostare fuori dal margine sinistro la prima
lettera della riga con cui iniziava un paragrafo differenziandola
con un modulo più grande e con uno stile ornato.
Il manoscritto medievale non era provvisto di frontespizio in cui
fossero individuabili a prima vista il titolo e l'autore; la
prima pagina del testo era solitamente introdotta da una formula
d'inizio detta incipit. L'ultima pagina terminava con una
formula nota come explicit alla quale poi nel XV secolo si
preferì la parola Finis.
Nel codice le lettere iniziali e i segni di paragrafo giocano
un ruolo funzionale e fondamentale nell'organizzazione e
distribuzione del testo: le divisioni strutturali dei capitoli
sono marcate da una lettera più grande, quelle dei
paragrafi da una lettera più piccola.
A guidare il lavoro del decoratore si provvedeva con esplicite
segnalazioni a margine, lasciando appositi spazi bianchi, dove si
doveva apporre l'iniziale, oppure si delineava con un lapis di
piombo il contorno della lettera che doveva essere decorata dal
miniatore.
Le lettere iniziali erano decorate o da un abile disegnatore
oppure da un autentico pittore. La tecnica usata per
l'ornamentazione è nota come miniatura. L'apparato decorativo di
un codice presenta elementi e caratteristiche comuni e stabilisce
indizi utili a stabilirne la provenienza.
Gli Incunaboli sono i libri stampati dall'invenzione
della stampa a caratteri mobili fino al 1500.
I primi incunaboli hanno lo stesso aspetto dei manoscritti: i
caratteri riproducono la scrittura a mano, il testo è stampato
su due colonne, il frontespizio manca.
Le iniziali dei primi libri a stampa sono eseguite a mano dai
calligrafi e miniate dagli artisti che lavorano per i
manoscritti.
Le pagine degli incunaboli non sono numerate. Verso la fine del
secolo alcuni incunaboli presentano il titolo sotto forma di
occhietto sulla pagina che precede il testo.
Il più famoso incunabolo è la Bibbia delle 42 linee, stampata
nel 1440 a Magonza da Gutenberg.
La biblioteca di Empoli possiede cinque incunaboli.
Nel Cinquecento si ebbe una grande produzione di libri a
stampa. Lo sviluppo della stampa fu facilitato anche dalla
diffusione della carta come supporto della scrittura. La materia
prima della carta erano gli stracci. I formati dei libri erano
diversi e si ottenevano con la tecnica della piegatura del
foglio: infolio, in quarto, in ottavo, fino
ai più piccoli in dodicesimo e in sedicesimo.
I primi libri a stampa avevano il testo disposto su due colonne,
sul modello degli antichi codici manoscritti. Le lettere da
stampare erano fatte a mano. I principali tipi di carattere erano
la "littera antiqua" tonda e corsiva e quella gotica.
In Italia si diffuse maggiormente l'uso della "littera antiqua" grazie a
Aldo Manuzio, che nel 1501 per i suoi libri
"tascabili" adottò il carattere corsivo o italico,
disegnato dall'incisore e tipografo bolognese Francesco Griffo.
Nel Cinquecento il frontespizio diventa la pagina più importante
del libro e contiene gli elementi identificativi dell'opera: il
titolo, l'autore e la casa editrice.
Tipica dei libri stampati nel 1500 è l'insegna tipografica
incisa che, oltre ad essere un decoro ornamentale, ha anche un
valore funzionale di salvaguardia dalle contraffazioni. In
origine era un "marchio di fabbrica" come quello di
tante altre imprese ed era posta di solito nell'ultima pagina
bianca del libro. All'inizio del XVI secolo passò dalla fine del
volume anche, o soltanto, sul frontespizio.
Essa diventa trascrizione figurata del cognome del tipografo: il
grifone per Giovanni Griffio e per i francesi Gryphius, un
guerriero che cavalca un lupo per i Cavalcalupo, il drago per
Vincenzo Busdraghi oppure rappresentazione con significato
allegorico, come la fenice dei Giolito che rappresenta
immortalità.
Le insegne tipografiche talvolta raffigurano il simbolo della
città in cui le imprese lavorano: il giglio di Firenze, ad
esempio, adottato per concessione di Luigi XI dai fiorentini come
stemma della loro città, è da sempre la celebre marca dei
Giunta.
Anche gli stemmi araldici di alcune famiglie nobili sono usati
come marche tipografiche: lo stemma mediceo usato da Lorenzo
Torrentino che fu stampatore ducale e lo stemma dei Farnese di
Set e Erasmo Viotti che furono anch'essi stampatori ducali a
Parma.
La più famosa marca tipografica del mondo è quella di Aldo
Manuzio e dei suoi successori che comparve per la prima volta nel
1502 in un'edizione di poeti cristiani antichi. I simboli usati
nell'insegna, il delfino e l'ancora, rappresentano
rispettivamente la celerità della intuizione insieme alla
ponderatezza nel lavoro.
Nel secolo del barocco, il grand siècle,
l'Europa
assiste alla nascita e alla diffusione, favorita dalla tecnica
sempre più raffinata, dell'incisione in rame a bulino.
Le peculiarità dell'attività tipografica del secolo XVII sono
in primo luogo l'incremento produttivo e l'aumento delle
stamperie, in secondo luogo un deciso orientamento a privilegiare
la produzione religiosa e quella letteraria di più facile
consumo e la tendenza a stampare in lingua nazionale, anche se il
latino rimane la lingua della diplomazia, delle scienze e della
filosofia e continua ad essere adoperato nelle scienze
matematiche e nell'astronomia.
Il libro entra in un numero sempre maggiore di case come
contenitore di messaggi consoni alle differenziate istanze di
approfondimento.
Siamo di fronte ad una crescita non solo quantitativa ma anche
qualitativa, dove la qualità va misurata non in merito allo
spessore artistico e culturale del documento scritto, né in
merito ai pregi esterni del prodotto stampato, bensì in
riferimento alla accresciuta valenza comunicativa del libro e
alla sua affermazione come oggetto di fruizione, anche se da
parte di un pubblico non tanto vasto.
Da un punto di vista puramente estetico, il libro del Seicento è
caratterizzato da elaborate incisioni. Il frontespizio è
preceduto da una tavola incisa in rame, l'antiporta.
Tipica espressione del gusto barocco, che richiedeva una vistosa
e attraente "facciata", l'antiporta introduce
allegoricamente il contenuto del libro, anticipandone il titolo
in forma breve, magari inserendolo in un elemento figurativo come
uno scudo, una lapide, un basamento, un sipario.
Attraverso i libri è possibile cogliere nell'Italia del Seicento
non solo i sintomi di un risveglio intellettuale (risveglio
scientifico, ansia di libertà e di ricerca suscitata dalle
repressioni), ma anche i segni del conformismo e della cultura
subalterna manipolata dall'alto, anche quando assume forme di
letteratura popolare, encomiastica e di edificazione religiosa.
Si avverte nel libro del Seicento una fase di disordine
strutturale che vede da un lato bellissime edizioni di lusso,
dall'altro edizioni misere con caratteri logori, frequente
scorrettezza del testo e carta scadente.
Il Seicento vede inoltre la distinzione tra editore e tipografo.
Le poche autentiche stamperie ufficiali fanno capo a istituzioni
ecclesiastiche.
In Italia si assiste durante il Settecento ad una grande
ripresa della stampa. La figura dell'editore si differenzia da
quella dello stampatore che assume un ruolo essenzialmente
tecnico.
Nel campo dell'istruzione, l'aspirazione ad un controllo laico
promuove il progressivo affrancamento dal monopolio ecclesiastico
e l'interesse per una maggiore istruzione delle masse da parte
dello stato. Gli editori ricominciano a preoccuparsi della
qualità della produzione, il pubblico si appassiona ai libri
illustrati.
Viene riconosciuto il diritto di proprietà dell'opera da parte
dell'autore o dell'editore, il copyright, e nascono le
prime leggi sulla proprietà letteraria, con lo scopo di
sconfiggere il fenomeno delle contraffazioni.
I libri illustrati nel Settecento sono libri di lusso e a
tiratura limitata, destinati all'aristocrazia. Il libro figurato
settecentesco avrebbe per noi un interesse limitato se gli
incisori non avessero ricevuto l'incarico di illustrare opere di
carattere tecnico o scientifico con le tavole indispensabili per
la comprensione del testo. Opere del genere erano numerose ed
importanti nel secolo dei lumi. Si pensi all'Encyclopédie
che non avrebbe neppure potuto essere concepita, se la tecnica
dell'incisione su rame non avesse consentito d'illustrarne il
testo con tavole precise e particolareggiate.
Non vanno dimenticate inoltre le illustrazioni create per opere
di altra natura, come ad esempio quelle di topografia.
Nel secolo XIX la società industriale si accorge che la
comunicazione è una necessità imperativa se si vuole che la
macchina economica funzioni a pieno rendimento. A quest'epoca il
solo mezzo di comunicazione è la scrittura. Di qui la necessità
di sviluppare la comunicazione per mezzo della scrittura e quindi
di insegnare a leggere.
Nel mondo del libro si registrano nuovi fondamentali
rinnovamenti: il fervore ideologico culturale, i grandi
avvenimenti politici, i profondi mutamenti sociali, nonché il
complessivo sviluppo industriale e capitalistico favoriscono le
innovazioni tra cui l'invenzione della monotype e della linotype.
Cominciano ad affermarsi le edizioni economiche e quelle di
carattere scientifico, storico, politico possono contare su un
numero di lettori più numeroso rispetto al passato, grazie alla
meno provinciale e alla meno elitaria fruizione della
comunicazione scritta e della produzione editoriale.
I centri di lettura, i romanzi d'appendice, le biblioteche
circolanti diffondono il libro sempre più profondamente tra gli
strati sociali. Il cammino della libertà passa attraverso le
conquiste culturali.
"Sapere è potere" diviene nell'Ottocento la parola
d'ordine della borghesia e in parte anche di altri strati
sociali, cui l'estensione dell'istruzione volontaria e
obbligatoria ha aperto il mondo della conoscenza.
Nell'Ottocento tra mille incertezze si dà vita alle biblioteche
popolari.
Accanto alla xilografia, incisione con tavolette di legno, e
alla calcografia, incisione in rame in incavo, si aggiungono
nuove tecniche illustrative: l'incisione in acciaio e la
litografia; diventano frequenti anche le illustrazioni a colori.
L'illustratore, spesso vicino all'autore romantico, si preoccupa
più di interpretarne il testo che di decorare la pagina.
L'ornamentazione perde importanza; quella che era nel
frontespizio si trasferisce sulla nuova facciata del libro, la
copertina.
I processi fotomeccanici, che si impadroniscono nella seconda
metà del secolo, della illustrazione riproduttiva, influenzano
negativamente anche quella originale e provocano un ritorno alla
illustrazione artigiana.
Gli illustratori più famosi furono i francesi, tra i quali
Delacroix e Daumier,
che disegnava sui giornali satirici, e il
popolarissimo Gustave Doré.
La biblioteca comunale viene aperta al pubblico nel 1834, un
anno dopo che il Comune entra in possesso del lascito Marchetti.
Il Proposto della Collegiata, monsignor Giuseppe Bonistalli, fece
dono della ricca "libreria" di mons. Giovanni Marchetti
dopo averla acquistata dagli eredi. Il lascito Marchetti e alcuni
volumi comprati dalla biblioteca costituirono il primo fondo
della biblioteca.
Monsignor Marchetti aveva deciso di donare il suo patrimonio
librario alla città natale, ma a causa di incomprensioni con il
partito del Capitolo tutto rimase sospeso.
Gli ostacoli erano dovuti sia alle spese derivanti dal
mantenimento sia al collocamento fisico dei libri. Marchetti
decise, allora, di chiedere in affitto alla Comunità alcuni
locali del soppresso Convento degli Agostiniani, il refettorio e
due stanze annesse, e di aprire per uso pubblico la sua libreria.
I malintesi si moltiplicarono: il Comune, considerando suoi i
volumi conservati nelle sale di sua proprietà, non stipulò
alcun contratto di affitto e il Capitolo continuava a retribuire
il bibliotecario. I conflitti tra la il Comune e gli
ecclesiastici sulla proprietà del patrimonio librario furono in
parte placati dal fatto che Monsignor Marchetti intervenne sulla
questione dicendo che egli concedeva solo l'uso pubblico dei
volumi ma manteneva la proprietà.
L'ambiguità continuò fino al 1829 quando, dopo la morte di
Giovanni Marchetti, si arrivò ad un chiarimento ed a una
soluzione del problema. Il proposto di Empoli, Giovanni
Bonistalli, acquistò il fondo librario nel 1833 e lo donò al
Comune, con la clausola che tali libri fossero destinati ad uso
pubblico e che egli mantenesse la prerogativa di nominare il
bibliotecario.
Il 15 marzo 1833 nacque la biblioteca comunale di Empoli con il
fondo Marchetti e i libri che il comune aveva comprato a partire
dal 1819. Dal 1833 fu annessa alle Pubbliche scuole. Secondo la
clausola della donazione, Monsignor Bonistalli propose come
custode della biblioteca Francesco Bandinelli.
Con la morte del Proposto, il comune stabilì di assegnare il
posto mediante pubblico concorso, al quale potevano partecipare
coloro che avevano la "fede di specchietto"
(certificato di buona condotta), che sapevano leggere e scrivere e
che davano garanzie morali e civili. Al concorso parteciparono 12
persone, gran parte ecclesiastici ma anche alcuni laici. Il
bibliotecario divenne dipendente comunale. Il concorso fu vinto
da Alfonso Monti. Nel 1852 comparve la figura del
"bibliotecario-onorario", che era il vero responsabile
della gestione, dell'amministrazione e del servizio della
biblioteca. Era un impiego gratuito ed assegnato a insegnanti
delle Pubbliche scuole. Il primo bibliotecario onorario fu
Giovacchino Mannucci, sostituito in seguito da Niccolò Vannucci.
In quello stesso anno furono stanziati nuovi fondi per l'acquisto
di libri e scaffalature, in modo che la biblioteca rispondesse con
un adeguato servizio alle esigenze degli scolari e degli
insegnanti delle scuole. Si cercò anche di prolungare l'orario
di apertura al pubblico.
Nel 1847 alcuni professionisti, letterati e uomini politici
empolesi, sulla base del successo ottenuto dal Gabinetto
Vieusseux di Firenze, che consentiva una maggiore diffusione
della cultura e dell'iniziativa politica, chiesero al comune di
poter aprire un Gabinetto di lettura, usufruendo di una stanza
nei locali della biblioteca. In cambio offrivano i giornali e i
libri da loro acquistati dopo la costituzione del circolo
culturale. Il comune non accettò questa proposta e dietro i
problemi economici nascondeva una insensibilità verso i problemi
della cultura.
Il fondo librario di Giovanni Marchetti fu incrementato da altre
donazioni e dagli acquisti e nel 1860 la biblioteca possedeva
circa diecimila volumi. Dal suo fondo derivano i libri a
carattere teologico e raccolte di opere di illustri empolesi, come
Alessandro Marchetti e Vincenzo Chiarugi.
La biblioteca comunale possiede, inoltre, altri fondi di
particolare pregio bibliografico: il "lascito" del
Tassinari nel 1874, quello di Antonio Salvagnoli nel 1878, di don
Pietro Ragionieri e di Lorenzo Antonini, di Cosimo Ridolfi e di
Corrado Masi. Alla biblioteca appartengono anche i fondi
monastici provenienti dai frati Minori Osservanti del Convento di
Santa Maria a Ripa e la biblioteca dei PP. Cappuccini di Empoli
dei quali si era impossessato il comune di Empoli nel 1869 dopo
la soppressione delle comunità religiose.
Oggi, la biblioteca comunale "Renato Fucini" possiede
un fondo antico di circa 30.000 volumi. È da sempre attenta ai
problemi di tutela e conservazione: nel 1998 sono state
restaurate 54 edizioni del Cinquecento che erano state
danneggiate dai bombardamenti del 1944.
La biblioteca comunale "Renato Fucini" svolge
regolarmente attività di didattica del fondo antico. In
collaborazione con le scuole del territorio organizza visite
guidate atte a promuovere e diffondere sia la storia del libro
come manufatto che il suo sviluppo e la sua evoluzione nei
secoli.
La catalogazione elettronica delle edizioni del Cinquecento ha
visto nel 1999 la realizzazione del il "Catalogo delle
edizioni del Cinquecento" su CD ROM, nel quale sono state
digitalizzate le immagini dei frontespizi, delle marche
tipografiche e degli ex libris che testimoniano la storia
dell'esemplare.
Inoltre in occasione della presentazione del CD ROM ha realizzato
la mostra didattica "Il Futuro del passato" che ha
visto la partecipazione non solo degli studenti delle scuole ma
anche del pubblico adulto.
In occasione di queste iniziative sono state realizzate cinque
schede di giochi di didattica del fondo antico allo scopo di
familiarizzare i ragazzi e gli adulti con il libro antico.
URL:
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/fondi/antico/tesori_catalogo.htm
Data creazione: 1999-08-16. Data ultimo aggiornamento: 2005-03-25. Webmaster