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Renato Fucini: autoritratto su sfondo toscano

Elisabetta Bacchereti

Incontrare uno scrittore: si può approfittare del fatto che si sia lasciato sedurre dalle sirene della memoria autobiografica a raccontare di sé, dopo aver raccontato di altri, e allora investirsi del ruolo del buttafuori e spingerlo sul palcoscenico, anche se un po' riluttante, dalle quinte della pagina della vita scritta, perché ne derivi almeno una eco della vita vissuta, così da delineare il profilo di un autoritratto che ci illuda di svelarne l'identità. E Fucini, per l'appunto, si lascia tentare dalla penna autobiografica, quando forse quella inventiva e creativa viene meno, in una dimensione tutta privata, probabilmente senza alcuna prospettiva di rendere pubbliche quelle memorie, che infatti furono raccolte e pubblicate all'indomani della sua morte, a cura dell'amico Guido Biagi, in due libri molto diversi tra loro. Acqua passata e Foglie al vento, rispettivamente nel 1921 e nel 1922. È in questi due libri, testamentari quasi, e disorganicamente complementari, che Renato si racconta e racconta alcune di quelle presenze che hanno fatto più o meno parte della sua vita, rispolvera dalle ragnatele del tempo piccoli e grandi eventi di storia privata e pubblica, vissuti sulla propria pelle o assimilati per contatto. È possibile alla fine, lasciandosi guidare la mano, provare a schizzare un suo autoritratto di carta, con, sullo sfondo, paesi e figure di Toscana, secondo quel ineludibile rapporto organico tra una figura e un carattere e il suo paesaggio che rappresentava, tra l'altro, il credo pittorico dei suoi amici macchiaioli. Con una avvertenza per l'uso: un autoritratto a memoria è sempre in bilico tra la realtà del vissuto e la mistificazione di quel vissuto, reinterpretato, rivisto, riletto alla luce del presente. Per quanto "dal vero", ogni scrittura memoriale dell'io, ogni ricerca del tempo perduto, non è quasi mai un'operazione oggettiva e documentaria, molto spesso invece selettiva e ricreatrice, in cui la verità del vissuto, se non è alterata, è per lo meno "riletta" alla luce della coscienza del poi.
E infatti sia in Acqua passata sia in Foglie al Vento è particolarmente percepibile ed esibita più volte dallo stesso Renato una continua tensione oppositiva tra presente e passato, vale a dire tra i tempi mitici ed eroici della Toscana risorgimentale, che sono poi i tempi mitici dell'infanzia e dell'adolescenza, e lo spettacolo sconfortante dell'instabilità postunitaria, di una decadenza ideale che rende amara l'incipiente vecchiaia.
È vero poi che il sor Renato non scopre del tutto le sue carte, come è evidente dalla rinuncia a proseguire sulla strada dell'autobiografia, nel senso pieno del genere, intrapresa in un primo momento, come testimonia Foglie al vento, interrompendosi all'altezza della rievocazione degli anni universitari, e il quasi assoluto silenzio che avvolge gli affetti familiari e la vita privata dell'uomo maturo (un solo cenno alla moglie e, indiretto, alle figlie): singolare ma significativa reticenza di un personaggio che, del resto, quando deve presentarsi in pubblico come scrittore si affida a un nome de plume, a uno pseudonimo, delegando, per ovvie ragioni di precauzione sociale, ad un altro sé di carta, quel Neri Tanfucio nato come anagramma in puro stile goliardico del proprio nome e cognome, la responsabilità dei "sonettacci" in vernacolo pisano, e poi anche dei meno "scandalosi" bozzetti delle Veglie.
Scriveva Starobinkij riguardo allo scrittore francese Stendhal, pseudonimo di Henry Beyle, che quando uno scrittore sceglie di presentarsi con uno pseudonimo, opera una sorta di sdoppiamento della propria personalità e suscita nel pubblico dei lettori una duplice e opposta serie di domande: chi si nasconde sotto lo pseudonimo, qual è la sua vera identità e perché la nasconde, da un lato, e dall'altro, chi vuol far credere di essere, quale immagine vuole accreditare di sé. E non sempre, per non dire quasi mai, i due profili tracciati, quello reale e quello della maschera, finiscono per combaciare o sovrapporsi perfettamente. La vita scritta non è mai quella vissuta: talvolta come scriveva Svevo, solo quella scritta appare realmente vissuta. Quando inizia l'autobiografia incompiuta che apre l'eterogeneo volume di Foglie al vento, messo in piedi dal Biagi pescando un po' alla rinfusa nei cassetti dello scrittore, Fucini sembra ereditare i modi cordiali e diretti dell'autobiografismo e del memorialismo ottocenteschi di marca post-romantica, nella dimensione quindi della "testimonianza" di vita più che della "esemplarità" di un'esistenza, all'insegna di un ironico understatement:

Se mi accingo a scrivere i ricordi della mia vita,
non lo faccio per vedere attoniti e a bocca spalancata
i popoli del globo al racconto delle mie gesta (FV, 688)

È il dì 8 febbraio 1902 a ore 9 di mattina, nella villa di famiglia di Dianella, presso Vinci, dove si trova per assistere la madre ammalata, quando un Renato Fucini cinquattottenne, ex-agrimensore, ex-insegnante ed ispettore scolastico a quest'epoca comandato presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze, poeta e novelliere di successo la cui vena sembra ormai esaurita (dopo la pubblicazione di All'aria aperta nel 1897 usciranno solo i tre racconti di Nella campagna toscana, 1908) decide di raccontare se stesso, un po' per ingannare la "noia dolorosa del momento", acuita dalla solitudine della campagna intristita dall'uggia della stagione invernale, un po' - forse - per riprender confidenza con quel suo tratteggiare in punta di penna precise e indimenticate figurine, coi loro umili casi quotidiani, a volte tragici a volte farseschi, ritagliate sullo sfondo di una Toscana campestre e arcaica. Non è più il momento di mettere sulla carta (Renato lo avverte con un doloroso senso di perdita dell'ispirazione e del "genio") storie cose e persone viste o raccolte dalla voce di altri, come nelle Veglie di Neri, quasi mimando l'abitudine affabulatrice dei dopo cena contadini al canto del foco o delle serate all'osteria. Ma è forse possibile andare in traccia di se stesso sulle piste del ricordo, per ricomporre in un autoritratto a memoria l'identità doppia dell'uomo e dello scrittore, recuperando ordinatamente, a partire dall'infanzia, immagini, sensazioni, episodi, presenze ed incontri. Un Neri che non scrive quasi più, che di lì a poco si ritirerà a vita privata nella casa di campagna di Dianella, nel suo "studianaio" ricavato nel granaio in disuso, o alla "Cuccetta" (nella Castiglioncello dei Macchiaioli), insegue nelle pieghe dei giorni resi opachi dal tempo, sfocati e quindi anche mitici, Renato, per riunire le disperse foglie al vento di una vita, e nutrire una memoria tutta intima e familiare, destinata a rimanere chiusa tra le mura casalinghe, almeno lui in vita, come una specie di promemoria per i "nipotini". Come per una specie di "cronaca familiare" da aggiustare cronologicamente, ma anche come lascito pedagogico fondato sull'ammaestramento semplice del quotidiano, tipico dell'autobiografia ottocentesca:

Scrivo per voi soli, nipotini miei, scrivo per voi perché, diventati adulti e sentendo
parlare da qualche amico superstite di questo nonno ... possiate almeno correggerlo in
qualche sbaglio di nomi o di date; e scrivo per voi, perché so che dagli avvenimenti della
vita d'un uomo, chiunque esso sia, vi è sempre qualcosa da imparare (Ivi, 691)

Nessun compiacimento narcisistico né, tantomeno, la pretesa di costruire sulla pagina autobiografica un ideale ritratto di sé guidano la penna fuciniana: "Conosco quanto valgo", scriveva poche righe sopra, "e il sangue di Dulcamara non è entrato neanche per una goccia a scaldare le mie vene" (Ibidem), essendo Dulcamara, come si sa, il "medico" millantatore, ciarlatano e imbonitore, falso guaritore e profittatore dell'ingenuità popolare dell'Elisir d'amore, personaggio quindi da opera buffa. La scrittura memoriale di Renato tende a riproporre i modi cordiali e disinvolti dell'affabulazione narrativa con una voce recitante (in questo caso quella di un "nonno") e una destinazione d'ascolto (i nipotini, in questo caso, giàabituati ad ascoltare le sue novelle nel canto del fuoco a Dianella, p. 692) così tipica della messa in scena colloquialie di tanti suoi bozzetti: più per una ricerca di "un'udienza, un'accoglienza familiarmente partecipe"(2) che per una esigenza di teatralità, e neppure, certo, per una questione di "verità" o impersonalità: anzi, niente è più lontano dalla tecnica dell'opera che "si fa da sè" di quel discreto sollecitare una immediata partecipazione emotiva, con relativa complicità tra scrittore e pubblico, che è la misura tipica del raccontare di Neri, un "recitativo" appunto, in cui i modi della narrazione si modellano sulla voce che li narra, sia essa di primo o di secondo grado.

In Foglie al vento i tempi, gli episodi, gli incontri della vita si legano indissolubilmente ai luoghi vissuti, con una progressione cronologica dall'infanzia alla giovinezza consumata nell'itinerario che porta Renato, dalla natia Maremma, prima a Livorno, poi alla cascina del nonno paterno a Dianella presso Vinci, e, adolescente, a Empoli, infine a Pisa. Il ricordo lo percorre a ritroso, quel viaggio, e in maniera selettiva, appellandosi proprio alla evanescenza nella memoria dell'età puerile. Come in un dagherrotipo sbiadito solo alcuni particolari sono ancora ben visibili, così solo alcuni eventi occasionali e alcune figure emergono dal pozzo del passato, quelle poche che la coscienza matura di Neri-Renato ha identificato come indelebili imprintings della sua personalità, ora che, anagraficamente "nonno", Renato si sente tale soprattutto anche psicologicamente: uno dei tanti personaggi anziani che si incontrano nei racconti, depositari di una saggezza arcaica e autentica, incarnazioni di valori, come l'onestà laboriosa, o la dignitosa frugalità, che si avvertono in crisi, testimoni, infine, di un passato e di una storia i cui ideali e i cui entusiasmi sembrano spenti. Scrivere le proprie memorie serve allora proprio, anche, a rimeditare quel passato, coi toni della nostalgia e della malinconia, a misurarne la distanza dal mondo contemporaneo, e, al tempo stesso, a prendere coscienza del mutamento interiore, forse di una crisi intima che è soprattutto crisi di scrittura, come se il venir meno di quel mondo, di quella Toscana, non potesse non risolversi in una forma di afasia, di impossibilità di racconto ulteriore, se non, appunto, quello rievocativo di un sé sullo sfondo di un mondo perduto, nel tempo e nello spazio. Ecco allora: Mia nascita e infanzia (dal 1843 al 1849), A Livorno (dal 1849 al 1853), A Dianella e a Vinci (dal 1853 al 1855), A Empoli (dal 1855 al 1959), A Pisa (dal 1859 al 1863).
Ma l'onda crescente dell'amarezza e dello sconforto finisce per sommergerlo, proprio quando si tratta di descrivere "i più begli anni della sua vita", quelli da studente universitario nella "Pisa gioconda de' suoi tempi", sbucato fresco fresco dalle stoppie di Dianella e dai boschi di Vinci, come un puledro selvaggio, pieno di entusiamo e capace di farsi accettare presto nella compagnia dei "più intelligenti e più rumorosi", nonostante l'iniziale diffidenza e il disprezzo per quei suoi vestiti grossolani perennemente a "crescenza" che lo imbacuccavano dalla testa ai piedi e soprattutto denunciavano le non floride risorse familiari. Eppure, proprio ora, che il ricordo di quegli anni può servire a "sciacquare la bocca dall'amaro che senza volerlo gli è venuto a gola", l'angoscia del presente paralizza la mano:

Vorrei descrivervi tutto questo minutamente, e lo farei divertendomi, ma lo stato del mio
animo in questi anni della mia vecchiaia è tanto colmo di sconforto quanto le mie membra
sarebbero piene di salute. E in tale stato d'animo mi sento ghiaccio e non posso andare
innanzi con questo scritto. Ormai la mia genialità è morta da molto tempo. (Ivi, 749)

Proverà a tornare su queste pagine dieci anni dopo, "per distrarsi", poiché, scrive, "ad altri scritti non vi è più da pensare, dopo che i tristi casi della mia vita hanno reso abbandonati e sterili i più begli anni della sua maturità". La ripartenza da Pisa però provoca il nuovo fallimento: dopo poche righe il ricordo delle "poche e serene passioni" che agitavano la sua generazione, prima fra tutte l'amor di patria e la lotta per l'indipendenza, soccombe miseramente al pensiero dell'involuzione politica del nuovo stato, della sua instabilità, dei suoi problemi irrisolti, che Fucini attribuisce sempre, ovunque gli capiti l'occasione, alle "maledette divisioni politiche" che hanno cominciato a "mescere veleno negli animi" (749). Anche Renato è dunque contagiato da quel malessere e da quello scontento che serpeggiava fra gli intellettuali italiani all'indomani dell'Unità, nelle duplice forma della nostalgia dell'"età eroica" e della "deprecatio temporum", ovvero della lamentazione sulla meschina realtà attuale dell'"Italietta", a sottolineare la frattura tra la cultura e il mondo politico contemporanei, che avrebbe affossato le speranze risorgimentali in una avvilente pratica di compromessi e corruzione. Ne deriverà la pericolosa messa in discussione del sistema costituzionale-parlamentare. E pensiamo a Carducci che scrive a Ghisleri nel 1878: "A lei pare una bella cosa questa Italia? Io per me credo non sia bella; ma per non amareggiare gli altri, d'ora innanzi mi taccio" (La scapigliatura democratica. Carteggi di Arcangelo Ghisleri, 1875-1890, Milano 1961, p. 139) e nel 1886 rincara la dose: "Oh giornate di sole, di libertà e di gloria del 1860! Oh lotte di titani fra Garibaldi e Cavour nel 1861! A che siam divenuti! È successa all'epopea dell'infinitamente grande la farsia dell'infinitamente piccolo, la farsetta affaccendatella dei pulcinelli gravacciuoli" (Discorso al popolo nel teatro nuovo di Pisa, in Confessioni e battaglie, I serie, Bologna 1917, p. 59).
Ma le parole e l'atteggiamento di Fucini rivelano una particolare consonanza con quelle di Pasquale Villari nelle Lettere meridionali, che pure rappresentano uno dei testi di analisi politica più lucidi sulle reali ragioni di quel "malessere":

"Allora c'era una guerra, una speranza, un sacrificio ed un pericolo continuo che sollevava gli spiriti nostri. Oggi è invece una lotta di partiti e qualche volta d'interessi, senza un Dio a cui sacrificare la nostra esistenza. Questo dio era allora la Patria, che oggi sembra divenuta libera per toglierci il nostro ideale" (Le lettere meridionali, Firenze 1878).

La percezione della frattura insanabile tra il mondo della giovinezza (e quella storia nazionale che gli aveva fatto da sfondo) e l'età della vecchiaia (e quella decadenza morale e ideale in cui si consuma il tempo presente) rendono impossibile proseguire il viaggio della memoria. Solo qualche anno dopo, su insistenza dell'amico Guido Biagi(3), Renato si lascerà convincere a riprendere la penna, e probabilmente a partire dal 1918, nel rifugio del suo "studianaio", in cui arriva però la drammatica seppur lontana eco della tragedia storica, metterà mano all'Acqua passata, un vero "guazzabuglio" di storielle e aneddoti: ricordi d'infanzia, incontri, rievocazioni, ritratti di personaggi, amicizie, episodi seri e faceti dei soggiorni fiorentini e pistoiesi, aneddoti sul "come divenni scrittore" si susseguono in ordine sparso come tessere di un puzzle da ricomporre, o anche macchie di colore da pennellare con pazienza una accanto all'altra e poi allontanarsi dalla tela per poter avere l'insieme del ritratto dell'io che scrive. Sono frammenti recuperati all'insegna di una poetica umile del "quotidiano", dell'aneddotico, del "piccolo fatto e forse insignificante" anche quando si incontrano i grandi nomi: Villari, Carducci, Capuana, Fattori, De Amicis, Garibaldi..., che completano, in qualche modo riempiono, il profilo di quell'autoritratto già delineato nell'autobiografia incompleta di Foglie al vento.
Recuperata la misura breve ed episodica dell'aneddoto e della "storiella", così come quella occasionale del ritratto, sicuramente più congeniale alla penna fuciniana dell'impegnativa ricostruzione autobiografica, la scrittura appare più serena e pacificata, i toni aspri si placano e le polemiche si smorzano, mentre prevale la dimensione nostalgica del rimpianto e una costituzionale malinconia:

Cara e dolce Toscana, come il tuo genio è tristemente cambiato! Dove sono andate le
note delle tue stornellatrici? Dove le voci sonore dei tuoi robusti lavoratori cantanti tra i
solchi le ottave più peregrine, d'amore o di guerra, dei nostri poeti cavallereschi? Un
silenzio di marmo agghaiccia ora il sorriso dei tuoi floridi campi: Altri ideali, altre voglie
corrono per le vene dei tuoi già sì giocondi e arguti abitanti; lo stomaco ha vinto la mano
al cervello, il fegato al cuore. Dio ci torni la salute. (AP, p. 274)

Incontriamo dunque Renato nei primissimi anni della sua infanzia, a Campiglia. Si descrive come un bambino pallido, magrolino e malaticcio, che comincia a leggere e far di conto a quattro anni, sotto la guida di un prete dai caldi sentimenti liberali, Don Giuseppe Barzacchini, proprio quando "cominciava a spuntare all'orizzonte l'epica luce della seconda rivoluzione d'Italia" (697). Si fortifica nel fisico a contatto con la natura selvaggia e incontaminata della costa maremmana, e sviluppa un "innato e fecondo sentimento della natura" che lo accompagnerà per tutta la vita, capace di vincere la noia e di consolarlo nei più gravi affanni della vita, oltre ad una confidenza e ad un amore mai venuto meno verso gli animali (eccetto ragni e scorpioni), in particolar modo verso i cani, grazie all'esempio del padre, cacciatore appassionatissimo. Inizia nel nome e sotto il segno del padre l'educazione sentimentale e patriottica di Renato: la figura di David Fucini, medico della Commissione Sanitaria governativa incaricato per la cura delle febbri malariche in Maremma dal governo granducale, ardente mazziniano e patriota, volontario nella rivoluzione del 1848, poi costretto dalla vendetta restauratrice a lasciare l'impiego e a rifugiarsi prima a Livorno, e in seguito a Dianella di Vinci per esercitare liberamente la professione, con gravi dfficoltà economiche per tutta la famiglia, si ripropone agli occhi di Renato "solenne e leggendaria ... mentre tinge d'inchiostro queste pagine bianche" (702): è il suo punto di riferimento etico, morale e politico, testimonianza vivente di una fede nei valori della dignità, dell'onestà, e del coraggio con cui affrontare anche le avversità e la miseria, con un coscienza di sé e un rigore morale che non cedono neanche di fronte alle umiliazioni subite. Specialmente quando è costretto a ritornare con tutta la famiglia a Dianella, nella casa del padre, il "burbero nonno Santi", che li accoglie "come raminghi cacciati fin lassù dalla fame" (son parole di Fucini), non mancando di mortificare e rimproverare aspramente il figlio ogni giorno, per la sua incapacità a guadagnare il pane per la sua famiglia, dopo tutti i soldi spesi per farlo studiare. A Renato il nonno non risparmia sguardi di disprezzo e di avversione conditi, quando sono soli, degli epiteti di vagabondo e morto di fame, appena raddolciti dall'affetto di nonna Nena.
Le difficoltà economiche della famiglia e le privazioni affrontate da ragazzino, del resto, costituiscono un altro tassello importante nella automitografia fuciniana: soprattutto il periodo empolese è rivisitato sotto questa luce, quando, appena tredicenne, "anziché essere custodito al calduccio sotto le ali della madre" è mandato a Empoli a "fare la vita libera dello studente".
Si racconta alloggiato in una "cameruccia" la cui temperatura "andava al pari con quella di fuori", perennemente affamato, perché alla trattoria dell'Aquila nera, dove il padre aveva sottoscritto un abbonamento mensile, le porzioni pattuite erano sempre troppo piccole in confronto "del [suo] giovanile e feroce appetito", con una "mesata" fissa che gli consentiva appena una fumata di pipa o una partita a biliardo e finisce per concludere:

Benedetti quei giorni e benedette quelle privazioni! Per merito loro non ho mai provato il
morso delle voglie in tutto il corso della mia vita, non mai desiderio di agi e di mollezze,
non mai invidia per chi gode di questi agi e queste mollezze. Le quali ho sempre
considerate, da vero e convinto Diogene, come ingombri
modesti alla pace e alla comodità (FV, 732)

Insieme alla sobrietà e alla dignità, Renato impara dal padre anche il culto della memoria patriottica, dei tempi eroici del 1848, quando casa Fucini a Campiglia era divenuta un "centro infuocato di cospirazione rivoluzionaria", in una calda atmosfera di esaltazione collettiva che il piccolo Renato respirava, alla quale anche partecipava cantando con la voce argentina e intonata di bambino gli inni patriottici.
Sensazioni visive e uditive sopravvivono alla rinfusa nel ricordo annebbiato di quei giorni: il frastuono dei canti e delle campane si mescola al luccicare delle sciabole e dei fucili, all'immagine del padre che parte volontario per i campi lombardi, delle coccarde tricolori appuntate sul petto, delle bandiere al vento. E l'impressione dura ancora come radicato sentimento di patria nell'animo del cinquattottenne Renato:

Di quei giorni e di quelli che succedettero per tutto l'anno 1848, ho ricordi confusi e
annebbiati: ma da quei ricordi, accoppiati con quelli più lucidi dopo la restaurazione del
governo granducale mi sento nutrito e forte di tanto amor di patria che chi non ha
vissuto, sia pure incoscientemente, anche per pochi giorni, quella vita di entusiasmi fino
al delirio, inutilmente lo cercherebbe fra le gelide pagine della storia! (FV, p.697)

Il mito dell'infanzia dunque si nutre dell'epopea mitica della rivoluzione risorgimentale, proiettandosi dapprima sullo sfondo naturale di una Maremma toscana, dall'incontaminata e contraddittoria vitalità, poi nel paesaggio urbano della "bella e ricca" Livorno di quei tempi, la città nativa del bisnonno Giuseppe, commerciante di granaglie, vero self-made man, e della madre ("La parte migliore del mio sangue è sangue livornese", FV, 701).
E intanto il ricordo della Maremma non può non far scattare l'associazione evocativa della sua massima presenza letteraria, quella del poeta Giosuè Carducci, di una decina d'anni più vecchio di Renato, che racconta di averlo incontrato molti anni dopo a Firenze nel salotto di casa Billi. In questo caso, come avviene anche per altri episodi, Foglie al vento e Acqua passata si intersecano, e il quadro appena schizzato nel libro della memoria si definisce con più precisi contorni nel "guazzabuglio" dell'aneddotica. Qui, prendendo a pretesto un libretto di Leopoldo Barboni su Carducci e la Maremma, e appellandosi alla diretta esperienza di quei luoghi, Fucini si lascia sedurre dai "dolci e lontani ricordi" di quei luoghi dove aveva "assaporate le prime e sane aure vitali, scavallando nelle solitudini di quei monti selvaggi, dinanzi alle paludi e al mare, e sudando affaticato a cercar nidi di merli e tirar sassi a ramarri", lui più all'interno, nel grossetano, tra Monterotondo Marittimo, Massa e i monti del Sasso d'Ombrone, l'altro più vicino al mare, tra Bolgheri, Donoratico e Castagneto. Parla di un Carducci fanciullo, Fucini, ma è come se parlasse di se stesso, scoprendo quasi con sorpresa le coincidenze biografiche - i padri, entrambi medici, gli stessi divertimenti infantili tra "uomini e boscaglie, torri desolate e borghi fiorenti di vita libera e forte, e tristi paludi e campi fecondi" (541) - ma anche individuando il "biforcamento della via" fin lì battuta insieme, in un episodio che Renato rilegge, con cosciente modestia, in chiave simbolica, come segno quasi profetico del diverso esito che il destino preparava per due "ragazzacci maremmani": se infatti a Campiglia Renato aveva addomesticato un umile topo, Carducci a Bolgheri aveva allevato un cucciolo di lupo:

"Anche a quel tempo - osservai - sebbene simbolicamente, era già segnata la distanza
che passava tra noi. Io, piccolo e timido roditore delle soffitte; tu, la libera fiera delle
foreste e dei monti". Il Carducci mi sorrise benevolo, io sorrisi benevolo a lui, fra la
schietta allegria degli amici presenti (FV, 695).

Dalla Maremma Renato si trasferisce a Livorno nel settembre del 1849, su uno "sgangherato trabiccolo a quattro ruote seguito da un biroccio carico di masserizie", pochi giorni dopo aver vegliato, con la madre e il padre e altri patrioti liberali, una notte intera sul Monte Calvi, presso Campiglia, per assistere, tremante di speranza e di angoscia, da lontano, al cannoneggiamento di Livorno da parte degli Austriaci e alla sua caduta. Dell'operosa città di mare, Renato ricorda il suo porto franco, divenuto lo scalo fra i più importanti del Mediterraneo, affollato di navi di tutte le bandiere, con una darsena "che pareva un canneto di alberi e una ragna di gomene", e le vie affollate risuonanti di lingue diverse e variopinte di costumi d'ogni foggia e colore, dove un fanciullo di sei anni poteva anche pensare di aver fatto il giro del mondo senza fatica e senza spesa (FV,707). Ma l'atmosfera magica e avventurosa era resa pesante e anche pericolosa dalla presenza degli austriaci, per cui la città presentava anche un lato oscuro, trasformandosi, di notte, in un luogo di "cospirazioni, di fremiti, di persecuzioni, di delitti politici", al quale casa Fucini non era estranea.
Nel rievocare quel "procelloso periodo", Renato quasi si scusa di dover compiere un "tuffo nel barbaro", di dover narrare "cose tristi e repugnanti", come attentati e assassinii, che, sebbene giustificati dalla "brutale malvagità" degli invasori, non mancano di accendere nel fanciullo i palpiti di una umana pietà: ma certo non si può non cogliere una singolare consonanza con gli accenti sentimentali del Sant'Ambrogio di Giuseppe Giusti, anche perché, in entrambi i casi, la mediazione tra odio e compassione è affidata, per vie diverse ma simili, alla musica:

Ogni notte il pugnale faceva la sua mèsse, ed ogni giorno, dal Borgo Reale dove stava di casa la mia famiglia, passavano con grande corteggio d'armi e suoni i cataletti delle vittime.
E quanto e quante volte ho spasimato di pietà a quei trasporti! Cominciava a battermi il cuore forte forte allorché il bianco corteggio, irto di baionette luccicanti, inoltrandosi dalla piazza del Voltone imboccava nel Borgo Reale, e piangevo a dirotto quando dalla strada larga e deserta saliva più spasimoso il lamento delle marce funebri maravigliosamente suonate da quelle bande così ricche di numero e di abilità. ... (FV, 706)

E se la madre cercava di calmarlo, spiegandogli che quei morti erano nemici e responsabili della loro fuga dalla Maremma e della loro vita di privazioni e di paura: "il fascino della musica che spasimava su quei morti era più forte della sua voce e i miei singhiozzi raddoppiavano perché allora piangevo per quei morti e per lei" (FV,707).
Ma come non rilevare la suggestione del Giusti nel successivo ricordo del padre? E come non sospettare una sia pur minima e appena percettibile "letteraturizzazione" a posteriori della vita vissuta?

Mio padre, fermo e accigliato nel fondo della stanza, taceva e ci guardava commosso, forse pensando che in quel cataletto giaceva fredda e insanguinata la speranza di una madre ungherese o l'amore di una sposa polacca. (Ibidem)

L'"affettuosa memoria" non può fare a meno di dar voce a sentimenti e impressioni tanto profonde da restare indelebili e definitivamene "inchiodate" in un temperamento che lo scrittore definisce "gracile", e decisive per la formazione del suo carattere. "Nelle riunioni di cospiratori, fuori e in casa, nulla gli sfuggiva" e

già, a nove anni, sapevo sul serio, e non per averlo imparato dai libri scialbi compilati a freddo per far quattrini, che cosa è la patria e che cosa valgono gli uomini capaci di sacrificare per lei tutto e fra questo tutto la vita (FV,712).

Ma, ancora non può esimersi dal rilevare lo scarto e la frattura tra quel mondo dell'infanzia e la mediocrità del presente, e il tono si inasprisce fino all'apostrofe e all'invettiva:

Bei tempi, bei tempi, povera Italia! Come ve li meriteresti quei tempi, con la frusta, con le
baionette e con gli sputi in faccia, o liberaloni d'oggi che credete d'esser schiavi perché
guardie e carabinieri italiani vi sono d'impaccio ad empirvi le tasche con la roba degli altri...
E forse gli Austriaci non avevan torto a stare così diffidenti e minacciosi con noi. La fiera
plebe livornese, quella plebe che ora sfoga la sua enrgia brutalmente scorretta, in
scioperi, risse e in delitti comuni, l'adoperava allora, feroce sì ma generosa, soltanto
contro i suoi prepotenti oppressori. E non potendo più farlo in campo aperto e alla luce
del sole, continuava a combattere con la congiura e nelle tenebre gli odiosi croati ...(FV, 706)

Il senso della patria, così introiettato nel fanciullo, lo accompagnerà per tutta l'adolescenza, riproponendosi con veemenza dieci anni più tardi, in occasione della seconda guerra di Indipendenza.
Renato racconta la sua partecipazione infiammata alla celebrazione della liberazione della Toscana, il suo entusiasmo per Garibaldi, la sua avversione per i reazionari che esplode una sera, nella bettola dell'oste empolese Bista di Baldo, dove il ragazzo, a Empoli per gli studi superiori, soleva cenare, con un "epico" scontro a palettate contro quattro avventori che sparlavano di Garibaldi.
Così proprio sullo sfondo delle esperienze livornesi Fucini traccia con quattro secche pennellate di colore il suo primo autoritratto:

Sviluppatisi i primi germi della mia intelligenza in quell'ambiente, è naturale ch'io diventassi caldo di cuore, un po' artista, molto osservatore e un tantino politicante e cospiratore (715)

Se le ultime due "antipatiche" qualità gli si staccarono presto da dosso, lasciandogli per contrappasso una "inestinguibile avversione per gli esosi e molesti politicanti da caffè e per le sètte in genere" (716), le altre resteranno i connotati costanti dell'uomo e dello scrittore.
Per ora un certo talento artistico abbinato alla facoltà di osservare la natura si esprime nella pittura: frequenta infatti a Livorno lo studio del pittore Giuseppe Baldini, su sollecitazione dello stesso che lo aveva visto casualmente scarabocchiare piante e animali nella farmacia Pediani, luogo di incontro dei patrioti liberali livornesi, dimostrando una buona attitudine per il disegno. Nasce allora, sotto la guida del maestro Baldini, "un bell'uomo sulla trentina, abbigliato da rivoluzionario di quei tempi, con gran cappello a larghe falde barba fluente e lunghi capelli inanellati" (FV, 705) malvisto dagli austriaci, quella passione e quel gusto per la pittura, sempre praticata da dilettante, che lo porteranno a farsi amico e sodale, negli anni della Firenze capitale, dei pittori macchiaioli della "macchia rinnovata", da Fattori a Signorini (il pittore di Dianella), da Lega a Cecconi (il Cecconi "dei cani"), da Gioli a Ferroni, incontrandoli non solo nel Caffè Michelangelo, ma soprattutto nella bettola della Sora Cesira, in via del Parione, o al Caffè dei Risorti di via Larga (poi via Cavour), e a costruirsi una piccola personale "galleria" di bozzetti, saccheggiando sfrontatamente, come scrive in una lettera al pittore torinese Marco Calderini nel 1910, gli studi degli amici(4).
Notevole a questo proposito il ricordo fuciniano di Giovanni Fattori in Acqua passata, nel quale, oltre a tracciare la fisionomia di un uomo buono, sensibile, del tutto incurante del denaro, delle comodità e dell'agiatezza, vissuto e morto poverissimo, racconta la storia di un piccolo capolavoro fattoriano conservato appunto nella collezione, una tavoletta di cm 10x41, raffigurante un gruppo di cavalli su una spiaggia con alcune barche e alcune figure di pescatori. Fucini, che aveva portato la tavoletta all'amico perché gli ci dipingesse sopra qualcosa ("Quello che ti pare, quattro pennellate, la tua firma e basta") ed era riuscito a fargli accettare un compenso di dieci lire, assiste stupito alla nascita di un vero gioiello: prima il mare, poi due barche in acqua, poi una sulla spiaggia, poi un pescatore sdraiato, poi uno, due, tre, quattro cavalli ... Aveva finito per lasciare all'amico un compenso di cinquanta lire, non senza battibeccare, e quella banconota era rimasta per più di un mese dove Fucini l'aveva lasciata per troncare ogni discussione, sotto un mattone sul tavolo del Fattori. Poi era sparita ma Renato dice di non aver mai saputo cosa l'amico ne avesse fatto. Più che il pittore, l'uomo interessa a Renato, e l'episodio forse banale ma non insignificante. Sullo stesso tono di nostalgica e malinconica rievocazione minimale, che è la modulazione tipica della scrittura dell'io fuciniana, si impostano in Acqua passata (e il titolo del resto lo conferma) i ritratti a memoria di altri amici illustri (Villari, per esempio, o De Amicis o Carducci) o di anonime presenze, compagni di caccia, pesca e passeggiate.

Tornando a Livorno, e a quelle prime esperienze di vita, è lo stesso Renato ad avvalorarne il carattere decisivo per la sua formazione e la sua vocazione di scrittore: al disegno e alla pittura dal vero si sovrappone una componente di immaginazione sentimentale, fantastica e letteraria, accesa nel ragazzino dalle appassionate letture del Clasio, delle favole e dei sonetti pastorali (la lettura rappresenta già allora per Renato una "passione così smodata da dover essere regolato per non eccedere con danno della sua salute", FV, 717)

e tanto ero innamorato di quella lettura che detti allora il primo tuffo in quella specie di
romanticismo realista che mi ha accompagnato per tutta la vita. Questa incipiente
passione sfogavo allora disegnando alberi che, secondo la mia intenzione, dovevano
pensare e parlare fra di loro, e facendo pifferi e zampogne, a uso di Tirsi, di tutte le canne
che mi capitavano fra le mani (FV, 704-705).

Sarà, del resto, questo surplus descrittivo e sentimentale a costituire la particolare qualità della "stimmung" macchiaiola del raccontare di Neri, così acuto nella notazione del rapporto organico tra sfondo e personaggio (si pensi al Matto delle giuncaie, non a caso sottotitolato "bozzetto padulano"), capace di cogliere il "caratteristico", ma anche di superare i confini e le strettoie del "bozzetto di carattere" o del racconto "contadino alla Toscana" tipico della generazione dei pittori delle "macchia" dopo gli anni settanta, sconosciuto alla prima fase "realista" del movimento, e derivato dalle istanze populiste di origine francese (Breton e Bastien Lepage)(5).

Molto osservatore: è questa la forma prima ed essenziale della sua "cultura", quella che Neri esibisce come fonte della propria vena, rivendicazione di una sorgiva spontaneità che rifugge ogni tecnicismo o teorizzazione, con una professione di antiletterarietà che è un misto di modestia e di orgoglio e fa della poetica della istintività della scrittura un valore assoluto, come correlativo stilistico di una programmatica esplorazione minuta d'un mondo rinchiuso in un breve perimetro provinciale, percorso a piedi e personalmente conosciuto.
E pensiamo allora all'abitudine dei taccuini che fanno la loro prima comparsa a partire dal réportage napoletano, commissionatogli nel 1877 da Pasquale Villari, e lo accompagneranno poi sempre durante le sue lunghe sgambate, per lavoro e per diletto, nella provincia pistoiese. Su quei taccuini, alcuni dei quali conservati alla Biblioteca Riccardiana di Firenze, Renato appunta telegraficamente osservazioni, paesaggi, immagini, figure, scampoli di vita, storie sentite narrare, modi di dire curiosi, proverbi e storpiature linguistiche che Neri saprà poi elaborare le pagine tremende di Napoli a occhio nudo, e tratteggiare paesi e figure della campagna toscana nelle Veglie e in All'aria aperta.
Alla fonte dell'osservazione diretta, del resto, fa riferimento ancora lo scrittore in Acqua passata, nell'aneddoto intitolato Come nacque la "Scampagnata":

Ero pieno di ricordi, di scene, di aneddoti e di tipi originali incontrati nelle mie deliziose
escursioni sull'Appennino pistoiese; ma non avevo mai pensato a scriverli. Una mattina,
chiuso in casa dal maltempo, mi serrai nel mio studiolo ad almanaccare. ...
Almanaccando col cervello, incominciai a riordinarmi nella testa quei ricordi disparati e,
su su, a metterli insieme, finché non mi vidi dinanzi alla mente un organismo quasi
completo, tranne che nei particolari, per farne un bozzetto, per farne un bozzetto da
riuscire uno dei miei migliori come infatti riuscì. (AP, 562)

Preso dalla foga, comincia a buttar giù "quel che veniva veniva" e verso le otto di sera ha già terminato il racconto, che legge dopo cena a veglia alla famiglia riunita, con grande successo. Fucini insiste appunto sull'immediatezza e la fluidità della vena accesa dal ricordo delle cose viste, che procede per larghe pennellate e si rifiuta ad un elaborato descrittivismo, badando piuttosto al sentimento e all'impressione globali, alla coerenza tonale del quadro, alla giustezza delle proporzioni, all'effetto sul lettore, più che alla quantità dei particolari:

Ero soddisfatto del mio lavoro ... Avrei voluto fare di più, ma forse avrei fatto male: Avrei
voluto aggiungere tante e tante pennellate vivacissime che mi rimasero, prudentemente
nel cervello e nella penna. Ho detto "prudentemente" ed ho adoperato il vocabolo giusto
perché molte, anzi quasi tutte quelle pennellate, sebbene colte dal vero, sarebbero
sembrate non soltanto non vere, ma neanche verosimili (AP, 564).

I suoi racconti dunque vogliono presentarsi come "studi dal vero", en plen air, il che non esclude il soggettivismo della prospettiva e dell'occhio che osserva, ne presuppone anzi il pieno coinvolgimento sentimentale, ma sempre controllato e trattenuto, così da non scadere nel piagnucoloso o nella ridanciana buffoneria.
E la soggettività della voce che narra/scrive ricerca la complicità sentimentale dell'orecchio di chi ascolta/legge, ne stimola la reazione, del pianto o del riso, misura il valore dell'opera sulla reazione del destinatario.
Esemplare l'aneddoto in Acqua passata riguardante una specie di "duello" a colpi di novella tra Fucini e Capuana in un salotto fiorentino: all'entusiasmo dei presenti alla lettura di un suo bozzetto, seguì, a detta di Renato, la fredda indifferenza a quella di un racconto del teorico del verismo. Capuana se ne ebbe a male e i rapporti tra i due non si giovarono di questo "incidente". Piccolo aneddoto che lascia intravedere in filigrana una più o meno consciente presa di distanza, da parte dello scrittore toscano, dalla maniera narrativa del siciliano.

La pennellata del "molto osservatore" sottolinea allora una esibita medietas, o anche, se si vuole, mediocritas: ricordiamo il sonetto Li studi di Neri, dai Cento sonetti in vernacolo pisano (1872) che appunto Renato definisce nella Dèdia "un branco di scarabocchi fatti a ruzzoloni uno dret' all'artro" (che è però un sonetto caudato, secondo antica tradizione della poesia trecentesca comico-realistica):

O senti: io 'mprincipiai da bimbettino
a studia' 'n su' cipressi di Dianella
come faceva 'r nidio un cardellino
A Pisa po' 'mparai l'arma favella
e a distingue' 'r Pretore da Guazzino.
Per ùtimo, vienuto a Frora bella,
Mi finii d'ispira' 'n der campanile
all'ombra der cappello di Barile (Tutti gli scritti, 903).

Non sarà un caso se, come scrive Giorgio De Rienzo (Narrativa toscana dell'Ottocento, Firenze, Olschki, 1975, p. 146-147), la letteratura toscana del secondo Ottocento è ricca di "scrittori senza biblioteca", che tendono a sottolineare una sorta di "incultura" e una conseguente "noncuranza" stilistica, affidandosi alla coscienza di appartenere ad una tradizione linguistica superiore, vissuta appunto come condizione privilegiata nativa, quasi un "genio" toscano. Pensiamo per esempio a Giovanni Procacci che definiva le proprie Novelle toscane "quattro scarabocchi" scritti "come mi hanno imparato a discorrere" o a Guido Nobili che introduceva le proprie Memorie lontane reclamando il diritto di "raccontare come mi pare e piace", o anche a Eugenio Niccolini che delle sue Giornate di caccia scrive: "sono pagine che io scrissi senza che mi passasse nemmeno per la mente l'idea di pubblicarle". La mitografia dell'homo sine litteris, così come il culto di una maestria narrativa e linguistica artigianali, sono del resto profondamente radicati nella tradizione letteraria toscana, dalla novellistica trecentesca all'elogio alla "negligenza" di Giuseppe Giusti (Memorie di Pisa: "oh che sapienza / la negligenza!"), dall'understatement di Collodi alla falsa "facilità" e "immediatezza" esibite da Aldo Palazzeschi (che poi, in realtà, scriveva la proprie pagine anche sei volte). Per questo Fucini si mostra sorpreso dal successo di quei sonetti nati per caso, alcuni "improntati d'un realismo da bassi fondi di Pisa", per una "combinazione affatto imprevista" ("Tutta la vita, almeno la mia, non è che una matassa di combinazioni", Come nacque il mio primo sonetto pisano, AP, 501), al caffè dei Risorti, a Firenze, dove, dopo la laurea in agraria conseguita a Pisa, si trovava a far pratica nello studio dell'ingegner Petrini, e che, in poco tempo, "avevano allagato tutta l'Italia risorta".
Ne fa fede anche la testimonianza diretta di Edmondo De Amicis, che li presentò al pubblico torinese in un articolo poi scelto come prefazione dell'edizione Bemporad del 1920: "L'apparizione di questi sonetti a Firenze fu come lo scoppio di un fuoco d'artifizio. I primi giraron manoscritti ed eran tutti faceti; i seri vennero dopo. Qualcuno li leggeva nelle conversazioni, a mezza voce, in un canto, e la lettura era interrotta ogni momento da uno scroscio di risa ... Sulle prime i suoi colleghi trovarono ridicolo che lui, ingegnere, fosse poeta. Tutt'a un tratto si invertirono le parti, e i Fiorentini risero. Perché lui, poeta, faceva l'ingegnere. In meno di tre mesi il nome di Fucini fu popolare." (Tutti gli scritti, 798 e 799).
Ed è interessante che ancora De Amicis parli di un Fucini dotato di un "granello di pazzia artistica", al quali i sonetti "scappano", mentre per esempio, il Belli "li fa", e raffiguri, sempre nello stesso articolo, un Fucini smarrito e disorientato di fronte ai "precettisti" che subito "saltaron su" per insegnargli a fare i sonetti:

Il sonetto era la forma in cui il suo ingegno s'era estrinsecato spontaneamente e quasi perfettamente; e da ogni parte si domandava perché non tentasse le sestine, le terzine, le ottave. Scriveva in vernacolo: gli stavano ai fianchi perché scrivesse in lingua italiana.
Gli venivan fatti i sonetti in venti minuti: lo consigliavano a pensarci su una settimana.
Aveva fatto quel che aveva fatto, senz'altra cultura letteraria che quelle di tutte le persone che si occupavano di letteratura a tempo avanzato: ed ecco cento voci nasali a gridargli che impari la lingua, che egli sapeva già meglio di loro; che vegli sui classici, che faccia un corso regolare di studi letterari. Tantoché il povero Fucini esclamava sgomento: - O povero me! M'accorgo ora che non so nulla! Che potrò mai fare? Ecc. Ecc. - (Tutti gli scritti, 802).

Del resto, ricorda Renato, quel fanciullo "troppo sensibile e di indole eccessivamente vivace" era "altrettanto duro di visceri a smaltire i primi beveroni di sapienza mesciuti[gli], a suon di botte e di urlacci, dai [suoi] buoni maestri" (FV, 702).
Si apre così il capitolo sugli studi di Renato e su suoi rapporti non facili con la scuola. Renato sperimenta sulla propria pelle i metodi "brutali" di una educazione scolastica repressiva alla scuola dal maestro Taddeini, al quale viene sottratto dal padre per passare presso i padri Barnabiti di Livorno. A Sovigliana, presso il Priore Alderotti e poi a Empoli, la musica non cambia: il metodo scolastico è il solito "noccolate sulla zucca e scappellotti" finanche frustate. A quelle di un certo Paolo Pini, benestante di Empoli che "non so come e da quale parte fosse rampicato sulla cattedra" di Umanità del corso di studi superiore, Renato finisce per ribellarsi, rimediando la sospensione di un mese dalla scuola e l'umiliazione di "chiedere scusa a chi aveva tutto il dovere di chiederla a me" per esservi riammesso: "tempi e metodi bestiali - commenta - soltanto tollerabili da bestie invece che da ragazzi intelligenti e coscienti della loro dignità umana".
Il profitto degli studi empolesi, nel bilancio compilato in Foglie al vento, è disastroso: oltre tutto il certificato ottenuto alla fine degli studi si rivela privo di qualsiasi valore legale per l'ammissione alla Facoltà di Medicina a Pisa, e dovrà ripiegare su Agraria:

Avevo fatto un anno il corso di Grammatica senza aver imparato di quella scienza tanto che bastasse a distinguere il nome dal verbo; un anno di Umanità, uscendo da quella scuola così saturo di scienza da saper qualcosa meno di quando c'entrai; un anno di Rettorica, fortificandomi bastantemente sul latino, ma rimanendo così digiuno d'italiano (frutto del nulla che m'era stato insegnato nelle altre classi) che non sarei stato capace di scrivere un lungo periodo senza incastrarci spropositi di grammatica, d'ortografia e di sintassi. Alla così detta Rettorica andava accompagnata la cosi detta Filosofia. Da quella poi uscii con la testa in ciampanelle e con una grande avversione verso il canonico Rossi (FV, 737).

Con la filosofia, del resto, Renato confessa anche altrove di non aver mai avuto grande dimestichezza, né tantomeno simpatia, confermando, anche in età più matura quell'"intolleranza ... contro le assurdità filosofiche" che il canonico Rossi voleva dargli a bere. Nello stesso modo, ricorda la disputa sulle idee innate con Felice Tocco, professore di filosofia nell'Istituto di Studi Superiori di Firenze, coinquilino al numero 70 di palazzo Panciatichi in Borgo Pinti. Da "osservatore semibarbaro" Fucini sostiene l'esistenza delle idee innate, ma è costretto a chetarsi, per nulla persuaso, ma "asfissiato sotto un cumulo di citazioni una più seria dell'altra ... spiaccicato sotto l'enorme peso dei nomi di cento filosofi dell'ultima fioritura, fra i quali, si capisce, non mancavano, anzi figuravano in prima linea, quelli di Nice, di Sciopenauer, di Traisce... (non so neanche scriverli) e di tanti altri tedescacci sapientissimi, aprendo i cui libri mi è sempre sembrato di spalancare la porta d'ingresso d'un manicomio" (AP, 670). Rivendicazione, ancora una volta, di un fecondo dilettantismo letterario e culturale, che elegge a maestra la strada e fugge i letterati "come la rogna": "La mia famiglia, i miei libri, il mio cane, il mio fucile e basta": così scrive in una lettera al Calderini nel 1882, identificando un universo sentimentale e culturale autosufficiente, un orizzonte espressivo istintivo e inevitabilmente circoscritto, anche se talvolta felicemente interpretato. che è poi, con qualche eccezione - il Pinocchio o i romanzi di Pratesi - il limite della narrativa toscana dell'ultimo ventennio dell'800, quel "corto respiro" che predilige la dimensione semplicistica del bozzetto come espressione di un limite accettato quasi passivamente, conseguenza inevitabile di una realtà economico sociale saldamente ancorata alle sue tradizioni paternalistiche" (G. Luti, La Letteratura, in Storia d'Italia. Le Regioni. La Toscana, Torino, Einaudi, p. 397).

I libri: una passione precoce, come abbiamo visto, che a Dianella si alterna "agli svaghi semplici e salubri" della campagna: "lunghe passeggiate, pesca con la canna nei ruscelli del piano e nell'Arno, cacciate ai pettirossi su per le forre del Monte Albano, contemplazione gioiosa di burrasche, di nevicate, di tramonti superbi, di sereni immacolati e di lunghe e monotone pioggie a me più care di ogni altra cosa" (FV, 724).
Infatti era nelle lunghe giornate di pioggia che lo costringevano a star chiuso in casa che Renato si "dava alla lettura per la quale aveva una passione sfrenata". Legge sempre, molto e di tutto, incominciando a "prendere il gusto delle bellezze letterarie", anche se si limita a citare solo Ariosto, Tasso, i romanzi e le novelle del Grossi e del D'Azeglio, un non meglio identificato poemetto manoscritto in vernacolo livornese, La Betulia liberata), senza dunque rinunciare del tutto a quell'immagine tradizionale di "scrittore senza biblioteca".

Ma torniamo all'autoritratto livornese: caldo di cuore aveva detto: Quest'ultima è forse la pennellata che più risalta, evidenziata dal ricordo nitido di alcuni episodi che sottolineano una impressionabilità profonda e particolare sensibilità ed eccitabilità del carattere, che rasentano i confini del patologico. Renato si presenta ora preda di terrori immaginari (i fantasmi notturni, la paura di morire avvelenato), ora di esaltazioni eroiche, come in occasione del "salvataggio" di un presunto annegato; ora pronto alla commozione e al pianto, come in occasione della rappresentazione del dramma Le ultime ore di Camoens, quando scoppia in un pianto dirotto, e deve essere accompagnato fuori dal teatro, a conferma della sua "precoce ammirazione per i grandi e la sua profonda pietà per gli sventurati" (FV, 717). In questo episodio infantile (l'unico, insieme alla notte sul Monte Calvi, ad essere riproposto in Acqua passata: il trait-d'union è il pianto di compassione del fanciullo per la sventura) Fucini ritrova in qualche modo la radice profonda della propria identità umana e ad essa riconduce anche quella particolare duplicità della sua esperienza narrativa, sospesa tra ironia e compassione, commozione controllata e riso bonario:

Anche oggi, con sessanta anni sonati sulle spalle, non solo se uno spettacolo di prosa o di musica è commovente ma anche se è solamente bello, un brivido mi corre continuo lungo la schiena,la gola mi si serra, e spesso debbo far le viste di sbadigliare o d'essere infreddato per ingannare i vicini sulla origine delle lacrime che mi inumidiscono gli occhi.
Strani misteri del cervello e dell'anima umana. Quel bambino e questo vecchio così facili al pianto sono la stessa persona alla quale, per quanto sento dire, tante persone sono riconoscenti per le ore liete che i suoi scritti hanno fatto loro passare.
Ma forse, per chi veda il fondo delle cose, le favole e gli uomini che ho immaginato sono tutti pieni di dolore e il mio riso è stato sempre colmo di lacrime (FV, 718).

Di "vena malinconica", di un "radicato e ponderato scetticismo" nei confronti dell'umanità aveva parlato Luigi Russo in Renato Fucini scrittore sollazzevole? (Ritratti critici di contemporanei, Genova, 1945, p. 42-43), a una "tristezza della mente", forse più che dell'animo, accennava A. Borlenghi, in Narratori dell'Ottocento e del primo Novecento, Milano-Napoli, 1962, t. II., p. 617-618), espressa talvolta in un sotterraneo sconforto o in certi spunti polemici o in un indefinito senso di amarezza.
Così Enzo Fucini, nipote dello scrittore, in una intervista ebbe a dire che "Egli rallegrava, non era allegro. Rallegrava gli altri e per riflesso se stesso; ma per natura non era allegro" (Cit. da L.G. Sbrocchi, Renato Fucini, l'uomo e l'opera, Firenze-Messina, 1977).
Ci sono due bei ritratti di Fucini a firma Telemaco Signorini, di dimensioni ridottissime, appartenenti alla collezione fuciniana e risalenti agli anni 1874-75, che in qualche modo consegnano un'immagine sdoppiata dello scrittore. Sono ritratti che si distinguono tra i numerosi che gli amici macchiaioli lasciarono a casa Fucini, pregevoli ma quasi tutti impostati su una certa "ufficialità" di posa e risalenti ad anni più tardi (tra il 1897 e il 1904. A firma Cordigiani, Andreotti, Gelli, Corcos). Fatta eccezione per il ritratto del Corcos, in cui Fucini appare a figura intera, disinvoltamente a cavalcioni di una sedia, a braccia incrociate sulla spalliera, camicia aperta sul collo, senza papillon, negli altri lo scrittore è ritratto in modo particolareggiato, a piano americano, impeccabilmente vestito, capelli curati come la lunga barba risorgimentale bianca, pettinati all'indietro su una fronte spaziosa, i baffi che scendono a nascondere una bocca che s'indovina severa. Colpisce, in tutti questi ritratti, l'espressione degli occhi severi, penetrante e malinconica al tempo stesso, rivolti verso l'osservatore. I ritratti del Signorini, riferiti ad un Fucini più giovane, non rappresentano una figura, ma la "esprimono", per così dire, ne colgono due aspetti distinti e complementari, e sorprendono per la doppiezza dell'immagine che trasmettono, rinunciando proprio ad enfatizzare i particolari, così importanti e decisivi negli altri. Così nel primissimo piano di un piccolissimo olio su tavola, oggi disperso, Signorini lo ritrae in attitudine di lettura, gli occhi bassi, concentrati sul libro aperto, la pipa fra le labbra, con un sapiente gioco di macchie di luce ed ombra, che rendono l'idea di una attitudine pensosa e riflessiva, mentre nell'altro olio su cartone, ecco un Fucini a figura intera, di profilo, seduto probabilmente su un sedile di pietra, gambe accavallate, vestito con una certa negligenza, pantaloni chiari, una camicia bianca con le maniche arrotolate, un fazzoletto al collo, la giacca semiappoggiata su una spalla, largo cappello da buttero, pipa e sguardo lontano, un bastone tra le mani: un'immagine disinvolta e spigliata di un Fucini poco più che trentenne, coetaneo, ma apparentemente così diverso, dall'altro sé, che bene riassume pittoricamente le impressioni disperse che il lettore recupera nel disordinato accumulo di ricordi, incontri, episodi in Acqua passata, unica testimonianza d'autore per gli anni successivi a quelli pisani.
È un Fucini cui sembra meglio confacersi l'autodefinizione di "puledro vispo e sbrigliato" (AP, 641) sempre pronto alle sue "giovanili chiassate", o anche "allegro e superficiale buontempone" (AP, 669), pienamente immerso in una atmosfera cameratesca e scanzonata, fatta di cene e bevute nelle osterie, incontri e serate nei caffè fiorentini, nei migliori salotti, condita di qualche burla per opera dello stesso Fucini, oltre che dei suoi sonettacci a volte irriverenti, fioriti di qualche saporita imprecazione (difatti non tutti furono resi pubblici), in compagnia di personaggi illustri come Villari, De Amicis, Carducci, Capuana, Olindo Guerrini, i fratelli Guerrazzi, Prati, Gino Capponi, Fattori. Oppure è il Fucini di Dianella e della Cuccetta a Castiglioncello, delle mangiate di cacciucco e della pesca in padule, il Fucini delle lunghe passeggiate appenniniche e delle battute di caccia, membro effettivo della pistoiese "accademia dei dromedari", in cui "si passavano serate allegrissime in letture, declamazioni di roba nostra e d'altri, chiacchiere, risate infinite, e sigari e maldicenze e ponci", prima di diventare accademico della Crusca, il Fucini appunto tutto famiglia, libri, cane e fucile e basta, come appare in una fotografia, accanto al padre, entrambi in tenuta da caccia. Ma, se giri la carta, l'immagine cambia rapidamente e il senso della perdita, la percezione di un vuoto, di uno scacco, di una disarmonia insanabile e di una contraddizione irrisolvibile si ripresentano, come nella pagina dedicata al ricordo di Pasquale Villari, spentosi a Firenze il 7 dicembre 1917:

Povero Villari ammazzato dai suoi 90 anni suonati e dalle ultime vergogne della sua Italia, per il decoro e la gloria della quale tanti anni aveva combattuto nelle scuole e fuori. Beato lui che muore! ... Un lutto per l'Italia che perde in lui un italiano di sangue puro, un cuore d'oro, una mente vasta, un ... anacronismo in questo procelloso periodo di guerra, nel quale, o per effetto della propaganda tedesca o per effetto di criminose passioni, gli italiani vacillano per disunione, mezzi spie del nemico, mezzi obbrobriosi bottegai, mezzi indecenti poltroni, mezzi mefistofelici settari, mezzi idioti, e mezzi, tranne rare eccezioni, fatalisti, ossia indifferenti davanti alla catastrofe multiforme che minaccia tutto il mondo civile (AP, 638-9).

Dalla lettura combinata di Acqua passata e Foglie al vento è possibile dunque recuperare quell'immagine che Fucini voleva restituire di sé, con quel tanto di verità del vissuto ma anche di sua idealizzazione e "correzione". Ed è in fondo una immagine "doppia", coerente con il pubblico sdoppiamento del sé testimoniato dall'utilizzazione dello pseudonimo, così che l'autoritratto di Renato finisce per svelare l'identità di Neri, di quella voce narrante di volta in volta triste o ironica, sorridente o commossa, sentimentale o scettica. Quelle "due corde che sonavano poeticamente", a detta di Croce, nella scrittura di Neri, in un equilibrio talora miracoloso che non esagerava mai nella buffoneria, così come sapeva trattenersi dall'eccessiva enfasi sentimentale, appartenevano naturalmente a Renato, erano sempre state la sua stessa misura del reale. Ma nella scrittura dell'io risuona con più continuità quella malinconica: il puledro sbrigliato, domato dalla vita, si sente ormai prossimo alla fine del viaggio:

IL MIO CAVALLO
Fiero puledro lo sbrancai, ci volle
tutto il vigor d'un buttero selvaggio
per domarne l'ardita indole folle.
Ora anch'egli ha compiuto il suo viaggio,
E mi dice, succhiando un beverone:
Siam finiti, padrone! (Tutti gli scritti, 1025).


Note al testo:

(1) Tutte le citazioni sono tratte da Renato Fucini (Neri Tanfucio), Tutti gli scritti, introd. di Piero Bargellini, Milano, Trevisini, s.d. , FV= Foglie al vento; AP= Acqua passata.

(2) G. Pampaloni, Fucini scrittore, in Gabinetto G.P. Vieusseux, I Macchiaioli di Renato Fucini, catalogo della mostra, a cura di E. Matucci e P. Barbadori Lande, Firenze, Edizioni Pananti, 1985.

(3) ... gli suggerii di buttar giù là, là, come gli venivano in mente, i fatterelli occorsigli, i ritratti delle persone conosciute, le scenette or tristi or liete che gli tornassero alla mente, senza proprio aver la pretesa di scrivere dei ricordi o delle memorie. Renato mi guardò col suo occhiolino vivace ... e poi mi disse - hai ragione. G. Biagi, Prefazione a R. Fucini, in Acqua passata, Firenze, La Voce, 1921, p. III-IV.

(4) Della collezione fuciniana è stata allestita una mostra nel 1985, presso i locali de "La Nuova Strozzina", ad opera del Gabinetto Viesseux di Firenze, intitolata appunto I Macchiaioli di Renato Fucini, cit.

(5) Cfr. Raffaele Monti, I pittori di Fucini, in I macchiaoli di Fucini, cit., p. 17.


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Data creazione: 2001-05-30. Data ultimo aggiornamento: 2006-01-03. Webmaster

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