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Giovanni Lombardi
"Incontro con Renato Fucini" si intitola il convegno di oggi a significare che, pur nel rispetto del rigore
storiografico e della situazione socio-culturale, intende estrapolare dalle sue pagine, dalle novelle, dai romanzi, dai
sonetti, il profilo di un personaggio ricco di motivazioni politiche e letterarie, ma sempre fedele ad un suo individuale
codice grazie al quale poté leggere, con acutezza e autonomia, il grande evento che accompagnò
contraddittoriamente l'unità d'Italia, registrando gli umori, le debolezze, gli equilibrismi di piccoli e grandi
arrampicatori secondo l'ormai noto copione di quell'epoca.
Già la bella introduzione di Elisabetta Bacchereti e gli acuti interventi di Cristiano Mazzanti e di
Carlo Mariani hanno disegnato le luci e le ombre di questo genuino scrittore toscano che la critica ha progressivamente
rivalutato come testimone non solo di un'epoca tormentata, ma come narratore di forte spessore comunicativo: da
De Amicis a Capponi, da Carducci a Verga, da Croce a Russo, da Pancrazi a Baldacci, da Bertoncini a Briganti,
Fucini ha ricevuto i meritati riconoscimenti che, a mio modesto parere, lo liberano dagli stretti lacci di un bozzettismo
regionale in cui per molto tempo è stato relegato, per assumere una dimensione di livello nazionale
(Si veda il libro Napoli a occhio nudo). Voglio dire che chi intenda conoscere la vita toscana
fra l'800 e il 900 può trovare negli scritti di Fucini una limpida ed appassionata narrazione della vita dei
contadini, dei minatori, dei montanini, degli spaccapietre e, al tempo stesso, rintracciarvi, lungo il versante del
realismo verista, i risvolti psicologici, lieti o amari, col piglio di un linguaggio fresco e di una andatura sintattica
e lessicale in cui l'elemento realilstico si coniuga con l'analisi dei sentimenti e delle passioni.
Il mio compito è quello di inquadrare lo scrittore nell'ambito della sua esperienza scolastica dall'infanzia
all'età adulta.
Cercherò di rispettare i tempi e prego la Presidenza di richiamarmi (essendo io un ammiratore di Fucini)
se supererò la clessidra e approfitterò della vostra pazienza.
Una prima notazione: chissà come sarebbe stato contento il Sor Renato nel vedere questa sala gremita di
studenti che ascoltano e discutono il messaggio che ci ha lasciato! Va dato merito alla Biblioteca Comunale,
che porta il suo nome, di avere bene organizzato questo incontro culturale e pedagogico a ottanta anni dalla
morte avvenuta a Empoli.
Partirò da un aneddoto conosciuto in questi giorni: nel 1918 Fucini passeggiando per la campagna,
incontrò un giovinetto (era l'empolese Dino Fontana divenuto poi illustre otorinolaringoiatra) che stava
leggendo e gli chiese: "Mi conosci? Hai letto nulla dei miei scritti?"
"No" rispose il giovane "ma li leggerò".
"Allora ti regalo io un libro": si trattava delle poesie di Neri Tanfucio con una introduzione di
De Amicis. La dedica dice: "Al giovinetto Dino Fontana augurandogli vita lunga, onorata e felice. Renato Fucini".
Si deve alla professoressa Busoni se questo libretto è uscito dai cassetti di famiglia ed è venuto ad
arricchire il bagaglio biografico e esistenziale del Sor Renato.
Mi sono volutamente attenuto a scegliere alcuni episodi e brani in grado di consegnarci il mosaico della
personalità di Fucini educatore più che dirigente scolastico, che dovette constatare, come vedremo, che in
tanti anni nulla era cambiato nella vita della scuola italiana: i nocchini, le vergate sulle mani, il freddo, i banchi
sconnessi, le aule affollate e gli insegnanti impreparati erano lo scenario corrente delle istituzioni scolastiche.
Fucini amava gli animali, si affezionò a un topolino al punto che l'animaletto, abituato alle briciole, gli saliva
sulle spalle e Fucini se lo portava fuori: una volta entrato in un negozio, la proprietaria si impaurì e
gli tirò un cencio che scaraventò lontano il topolino che si nascose dietro le casse e non venne più
trovato. "Allora io piansi", racconta Fucini in Foglie al vento.
La sua prima istruzione e educazione comincia a Campiglia: a 4 anni Fucini va a lezione dal prete Giuseppe Barzacchini di
sentimenti liberali, perseguitato e finito in esilio. Alle lezioni del sacerdote partecipò anche una bambina, Emma
Roster, che diventerà poi la moglie di Fucini.
A causa delle peregrinazioni del padre, si spostò a San Vincenzo, a Piombino, all'Isola d'Elba fra speranze liberali
e paure di un ritorno alla restaurazione. A Livorno ricevette, come racconta, i primi "beveroni di sapienza":
qui fa le prime esperienze negative rivelando il suo animo ribelle, come risulta dalle pagine dei suoi scritti.
"Gli urlacci, le percosse dei maestri di quei tempi non li sopportavo. Forse presentendo che più tardi sarei
diventato un Ispettore delle scuole regie, non volevo sapere di scappellotti, di vergate sulle mani e di inginocchiature
prolungate sui mattoni duri della stanza. Mi ribellavo energicamente, non tolleravo le busse, spesso tornavo a casa con i
segni sulle mani e sul viso delle percosse ricevute".
Il padre gli diceva: "Reagisci, cerca di opporti alle prepotenze e alle violenze nella scuola".
Renato non intese a sordo: quando ebbe come maestro il manesco Giuseppe Taddeini, in seguito ad un'ennesima nocchinata che
lo aveva mortificato, si alzò e infilò la porta.
Dove vai - urlò il maestro. "Vado via" rispose Fucini rincorso inutilmente dall'insegnante. Arrivò
a casa pestato e non volle più andare a quella scuola. Dopo queste esperienza di pedagogia manesca, venne messo a
studiare dai Barnabiti dove imparò i primi rudimenti del sapere, mentre nello studio del pittore Giuseppe Baldini
cominciò a scarabocchiare piante e animali. Leggeva favole e sonetti pastorali suggeriti da Luigi Fiacchi, un
favolista legato all'Accademia della Crusca. Pianse quando in teatro assisté allo spettacolo "La morte del
povero Camoens": una vena di malinconia che non lo abbandonerà per tutta la vita. Poi la venuta a Dianella,
dalle nostre parti (il padre ebbe un incarico di medico a Vinci) dove trascorse diversi anni leggendo l'Ariosto, il Tasso,
i romanzi di D'Azeglio, le novelle del Grossi fra cui "La fuggitiva" e "Ildegonda". Probabilmente la
suggestione di queste letture lo spinse, a undici anni, a scrivere un poemetto intitolato "Soviglianeide"
relativo alle risse fra gli abitanti delle frazioni di Spicchio e di Sovigliana. Dal punto di vista scolastico le cose non
migliorarono perché il Priore di Sovigliana, certo Alderotti, preferiva le maniere forti e le punizioni corporali.
Fu allora che Fucini pensò di riempirsi le tasche di sassi come arma di difesa contro le busse del poco cristiano
priore.
La mamma gli chiedeva: "Ma come mai hai sempre le tasche rotte? Me lo vuoi spiegare?"
Fucini non rispondeva e per la verità i sassi gli servirono in una occasione extra scolastica. Quando, cioè,
i suoi compagni lo presero in giro perché portava un cappotto eccessivamente lungo ricavato da quello vecchio del
padre come ricordano coloro che hanno i capelli bianchi e si intendono di vestiti "rigirati". Con questo
cappotto che non gli piaceva, Fucini si diresse, obtorto collo, verso Sovigliana dove appena
giunto sulla strada fu accolto dal grido "Renateo con i' giubbileo". Da qui ebbe inizio una sassaiola che
gli provocò ecchimosi e ematomi, ma che lo rese fiero della battaglia sostenuta perché da quella volta,
tutti lo rispettarono. Naturalmente il pastrano venne accorciato ...
Da Vinci a Empoli, a pensione in una cameruccia a tetto, in un lettino traballante tentando di sfamarsi alla trattoria
dell'Aquila nera dove il pranzo non doveva superare la consumazione di un uovo. Il padre gli dava mezzo paolo per i suoi
viziarelli. Conobbe il canonico Rossi, insegnante di filosofia in chiave molto maccheronica e disinvolta di cui
si renderà conto quando andrà all'Università. Mentre gioisce alla fuga di Canapone da Firenze e
rimane deluso dopo l'armistizio di Villafranca, avviene l'iscrizione all'Università di Pisa, non alla
facoltà di medicina, come desiderava, per mancanza dei requisiti necessari, ma a quella di Agraria.
Suo malgrado dovette accontentarsi di studiare per agrimensore. Pur con questo incidente di percorso, quelli di Pisa
furono anni indimenticabili. Come ricorda Fucini sfogliando fra le sue memorie goliardiche: "Una volta, nel Palazzo
Scotto, l'aristocrazia nera di Pisa, autistriacante, volle dare una festa in occasione della morte di Cavour,
nemico degli irriducibili conservatori: gli studenti vennero a sapere di questa grottesca serata commemorativa e decisero
di intervenire: entrarono rumorosamente nel palazzo, ci furono urla, spintoni e la festa finì prima di nascere:
fra gli studenti era presente Renato Fucini portatore dei sentimenti liberali del padre.
Da Pisa spesso si reca a Firenze dove conosce al "Caffè dei Risorti" De Amicis e Capponi, stabilisce
amicizia con Carducci, con Prati e con Aleardi, le ultime voci dell'ormai declinante tardo romanticismo. Si commuove per
l'abbraccio di Aleardi e per la lettera con cui Verga nel 1911 lo chiama "maestro", dicendogli di essere rimasto
commosso in seguito alla lettura della novella "Perla" dal libro Le veglie di Neri.
Molto toccante mi sembra la novella "La maestrina", dove viene raccontata la storia triste di un'insegnante
colpevolizzata per essere rimasta incinta con un giovane del paese. Un episodio che ricorda la vicenda dolorosa della
maestra di Lamporecchio, Italia Donati, che si impiccò perché nel suo curriculum personale venne segnalata
come donna di dubbia moralità, in quanto vista a parlare con persona di sesso maschile che non risultava essere suo
parente. Vi immaginate quante impiccagioni dovrebbero esserci oggi! Meno male che le cose sono finalmente cambiate.
Nella sua lunga esperienza scolastica Fucini è insegnante di italiano a Pistoia: Un giorno dà il seguente
tema: "Spesso ne uccide più la gola che la spada". Uno studente svolge il tema raccontando che in casa di
amici c'erano tanti topi per cui decisero di prendere coltelli e persino una spada per sterminarli. Ma i topi sfuggivano
lesti ai colpi ed allora venne l'idea di usare una trappola con lo stregante formaggio. I topi furono eliminati e lo
studente concluse il suo dire con questa annotazione: "ciò dimostra che uccide più la gola che la spada".
Fucini non sapeva che voto dare alla fantasiosa digressione topesca, ma fu indulgente, forse pensando al suo topolino
perduto nell'infanzia.
Un altro gustoso aneddoto: una volta va a far visita a una scuola diretta dal Priore che gli chiede: "È
venuto a piedi fino a qua?" Sì, rispose Fucini, col suo lessico toscano, sono venuto "gamba gamba".
Vede caro priore io sono un forte pederasta...". Il prete per la verità rimase colpito da questa singolare
espressione, però col Fucini si poteva essere tranquilli... Tanto che un giorno il Priore andò dal Vescovo
che gli chiese: Siete venuto a piedi?. Davvero, rispose, sono venuto "gamba gamba, perché io sono un forte
pederasta".
Ma cosa dice, urlò il Vescovo! E il povero priore tornò da Fucini raccontandogli la sua disavventura. Fucini
lo tranquillizzò consigliandogli di leggere i sonetti in vernacolo pisano.
Un'altra volta, capitando in un Comune della provincia, venne avvicinato dall'assessore alla pubblica istruzione che gli
chiese di ridurre l'esame orale.
Fucini rispose: "Come si fa a ridurre l'esame orale?"
L'assessore: "Mi sembra che un esame che dura un'ora è troppo!"
Questa era la scuola di quei tempi: l'assessore credeva che l'esame orale volesse dire che durava un'ora ...
Senza tacere che un certo Salvino di Vinci proponeva per le ragazze non una "scuola di merletti", come chiedeva
la circolare ministeriale, ma di merluzzi per cui le povere ragazze si chiedevano: Ma come, ci mandano a studiare il
baccalà!
Finalmente il ministro Coppino lo nomina Ispettore Scolastico e Fucini comincia a girare per città e province
riuscendo ad evitare di farsi nominare Provveditore come voleva il Ministro Boselli. Era affezionato alla sua pipa, alla
sua cavalla Lola, alla caccia, alle chiacchierate con gli amici e ripeteva "Ma che vo' a perdere tempo con questa
gente ...".
Per evitare la nomina chiese aiuto a Sidney Sonnino e nel colloquio col Ministro riuscirono a glissare, malgrado Boselli
avesse detto "Abbiamo perduto uno dei migliori provveditori per la scuola".
Fucini chiese a Sonnino: Tu ci credi? E quello, amichevolmente, rispose: "No".
Nel suo girovagare venne anche a Empoli, Ponte a Elsa e Monterappoli dove trovò solo 4 alunni: "Come mai solo
4 ragazzi?" Perché i contadini preferiscono utilizzarli nei campi, rispose la maestra. S'accorse che i ragazzi
non riuscivano a scrivere a causa dell'inchiostro gelato nei calamai.
Fucini comprendeva il valore della cultura come indispensabile strumento di emancipazione e di crescita qualitativa, ma
denunciava l'impreparazione degli insegnanti spesso fuorviati da vecchi parrucconi di bolsa pedagogia, come quell'illustre
docente bolognese che in un'assemblea di docenti affermò che Cristo era della sua opinione, al che Fucini
scattò chiedendo: "Ma di quale Cristo parla lei?" Successe il finimondo... Lo scrittore, come si vede,
conservò il suo atteggiamento libero e ribelle già riscontrato nell'infanzia.
Quando venne nominato da Aristide Gabelli, di orientamento positivista, in una commissione per i libri di testo, i vari
componenti arrivarono con grossi malloppi, mentre Fucini portò una sola paginetta sufficiente, a suo avviso, per
bocciare i testi presentati.
"Signori, disse, vi leggo tre o quattro strafalcioni: Il primo: "Bambini che cosa fece Vittorio Emanuele nel
1859?" Risposta: "Scacciò con la spada tutti i regnicoli e l'Italia diventò la patria degli
italiani". Secondo strafalcione: "Bimbi che cos'è la foca?" Risposta: "La foca è un pesce
che ha il corpo tutto d'un pezzo come quello dell'uomo e con le budella gli indigeni fanno il vetro per le finestre".
Debbo continuare?" Chiese Fucini.
E Gabelli "No, no, basta ..."
Tante altre situazioni potrei raccontarvi ma mi limiterò a quelle conclusive per decifrare il profilo di Fucini.
Come quando andò a Sorrento, dove chiese al suo giovane sciuscià accompagnatore dove si trovava la casa
natale del Tasso. Il giovane gli domandò di quale regione fosse: prima disse della Lombardia, poi del Piemonte e
quando Fucini gli disse di essere toscano il ragazzo sbottò "Dottore non lo pensavo perché non avete
detto una parolaccia o una bestemmia..." È una sigla che è rimasta, ancora oggi, addosso a noi toscani.
Due ultime note: Fucini figura nella bibliografia letteraria italo-britannica perché sembra che una sua novella
derivi da un racconto britannico del '500. Concludo riportando il giudizio di Enzo Biagi dal Corriere della Sera: "Renato
Fucini ha scritto un bel libro, "Le veglie di Neri", pagine piene di preti furbi e cacciatori e di villani svelti.
Pochi ragazzi oggi purtroppo conoscono la sua fresca prosa". Speriamo che lo tengano presente i curatori delle
antologie scolastiche.
URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/autori/fucini/lombardi.htm
Data creazione: 2001-03-01. Data ultimo aggiornamento: 2006-01-04. Webmaster