| Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli | | Home page | Indice alfabetico | Mappa del sito | Cerca sul sito | |
| Informazioni | Servizi | Cataloghi | Iniziative | Biblioteca digitale |
Carlo Mariani
Le Veglie di Neri nascono e vengono pubblicate nel periodo classico
del verismo italiano e nei tempi coincidono in larga parte con le esperienze
coeve di Verga, che è un termine di riferimento importante per uno scrittore
come Fucini.
Una parte della critica ufficiale e accademica ha già tracciato importanti
coordinate sull'opera di Fucini e non sta a me in nessun caso ritoccare un
equilibrio e un assestamento che sull'opera dello scrittore toscano è stata
offerta in questi anni, e anche addietro, da illustri studiosi di cose tardo
ottocentesche: mi riferisco agli studi di Roberto Bigazzi e Giorgio De Rienzo
che hanno messo in luce rispettivamente il contesto culturale entro cui si
articola un percorso italiano verso la narrativa del naturalismo e le sue
sfaccettature interne; e una linea della narrativa toscana che dal secondo
Ottocento giunge fino alle esperienze del primo Novecento.
Fucini e le sue Veglie si collocano proprio dentro un contesto favorevole
allo sviluppo di un'idea nuova di narrativa: resta da vedere quanto e se
questa idea si trasforma in esperienza vera e propria e quanto invece resta
ancorata a dichiarato provincialismo.
È vero - peraltro - che Fucini ricevette da Verga ringraziamenti e
complimenti, forse più formali che sostanziali, riguardo alle Veglie di Neri,
ma va detto, per sgombrare il campo da facili illusioni, che una cosa è la
riflessione teorica e l'impianto formale dei racconti di Vita dei campi
e delle Novelle rusticane, altro è invece il colore locale, la
dimensione folclorica, la tipizzazione psicologica delle Veglie fuciniane,
in cui i personaggi sopravvivono nella dimensione incompiuta del bozzetto, della
caricatura, della tipologia. Forse qui sta effettivamente il limite, che poi è
anche la caratteristica che piace di più di questa narrativa - almeno in
ambito locale - della scrittura di Fucini: nella sua incompiutezza, nel
rifiuto o nell'incapacità di approfondire una certa dimensione qualitativa
del soggetto umano. Con il risultato poi di travisare e di evitare il confronto
diretto con il reale, con la società.
Questo non vuol dire che le Veglie siano un libro privo di significati e di
valori anche profondi, consapevolmente meditati sulla pagina e ricchi di
partecipazione emotiva. Significa soltanto ridimensionare - a mio parere - la collocazione letteraria del Fucini, che letterato in senso
tradizionale proprio non fu; al contrario alternò, per non dire separò, la
scrittura dalla professione di agronomo, ispettore scolastico, bibliotecario
alla Riccardiana.
Possiamo allora dire che Fucini fu uno scrittore "dilettante", un amateur
della scrittura - come direbbero i francesi? Di fatto resta la scelta che
Fucini sentiva impellente di cambiare registro, di mutare tono e linguaggio,
mentre la scena sarebbe rimasta quella di sempre: il paesaggio toscano, le
microstorie di paese, le battute di caccia in padule e sulle colline. Se andiamo
a rileggere l'ultimo dei Cinquanta nuovi sonetti in vernacolo pisano,
dal titolo emblematico di Addio troviamo un'affermazione che prepara lo
scrittore più maturo delle Veglie, ma con un'aria di disincanto e di
autoironia che è poi evidente anche nei racconti, e cioè che "drento si
pol'èsse anco buffoni / Ma è regola paré sèri ar di fòri".
Neri
Tanfucio prende insomma congedo dai suoi sonetti; si mette "ar sïuro"
concludendo "Vo tra' pagliacci a fare 'r serio anch'io".
Così, tra il 1876 e il 1882, nascono e vengono date alle stampe una per una le Veglie
di Neri, che poi confluiscono in volume nella princeps dell'82.
Va detto però che il terreno in cui si colloca almeno il contenitore esterno
delle veglie è quello della "Rassegna Settimanale", vera e propria rivista
militante in favore dell'estetica e della poetica dei Macchiaioli, e
strumento di passaggio da quella letteratura dell'ideale in quella del reale
caro ai veristi più dichiarati.
Le Veglie di Neri si leggono d'un fiato, e sono un libro che è
ben conosciuto anche fuor di Toscana. Anzi il verismo toscano è conosciuto attraverso
Fucini e identificato proprio nelle Veglie. Ma quanto c'è di verismo
in questo libro: a mio avviso ben poco perché i tratti pertinenti di quella
poetica sono ben presto travisati e camuffati da una scrittura prevalentemente
emozionale, giocata sul registro degli affetti, della malinconia, dei ricordi
personali, del frammento lirico, della rievocazione di eventi e figure che
provengono dal passato remoto e che riemergono grazie alla passione e alla pietà
del narratore.
Prendiamo uno dei motivi cari al verismo italiano: quello della oggettività della narrazione.
Anche in questo secolo, il motivo
di una nuova oggettività, di una trasparenza dell'opera letteraria di fronte
al mondo reale ha avuto grandissimi riferimenti. Il cinema ne è forse
l'esempio più eclatante, e basta ricordare la stagione del Neorealismo
italiano. Oppure si potrebbe citare la prefazione a Il sentiero dei nidi di
ragno di Calvino per sentire da chi ha incominciato da lì, cioè dalla
storia, dalla vita reale, dalla Resistenza e dall'esperienza vissuta del
tragico, quanto e come fosse importante connettere Vittorini e Pavese con
la prosa di Verga, il maggiore teorico di quella oggettività.
Non si deve dimenticare, insomma, che dal Verismo e da tutta quella
stagione di esperimenti narrativi prende corpo in Italia una concreta tradizione
in fatto di racconti e romanzi; matura un'idea del romanzo post-manzoniano. D'Annunzio
attraversa - eccome - il Verismo nelle Novelle della Pescara, e poi
De Roberto che fu allievo, si potrebbe dire, di Verga; ma anche Fogazzaro; il
Pirandello del romanzo I vecchi e i giovani e di certe novelle; per non
parlare di quella linea toscana che vede in Mario Pratesi, quello del romanzo L'eredità
più ancora che del Mondo di Dolcetta, l'esempio forse più importante
del verismo toscano.
Fucini no. Fucini è già fuori del Verismo o, anzi, sta prima del verismo,
perché si ferma al bozzetto campagnolo e ricorda da lontano il Nievo del Novelliere
campagnolo e il saggio di Cesare Correnti Della letteratura rusticana.
Le Veglie di Neri non hanno quella incisività e quella durezza che sono
il segno di una scelta chiara e feroce della denuncia sociale. Soltanto nello Spaccapietre,
un racconto peraltro breve, Fucini sembra voler indicare le condizioni
drammatiche dello sfruttamento e della degradazione. Ma per il resto
l'oggettività scompare nella malinconia, nella memoria del tempo perduto, nel
rimpianto - anche demagogico - di un mondo che sta passando, che si sta
trasformando.
Ma la malinconia, il sentimento del tempo, la contaminazione lirica sono già in
tutto e per tutto aspetti non veristi; che si collocano dentro una continuazione
di certi atteggiamenti tardo romantici e rusticani piuttosto che emergere
in avanti. Sono - per il Fucini - un ritirarsi nel compiacimento di quel
mondo fatto di campagne assolate, di tramonti autunnali, di cacciate in padule,
di racconti al "canto del fòco", di arrosti, vino e ballotte.
L'umanità di Fucini è evidente nel suo procedere per una via che oggi è sconosciuta
alla scrittura. Ma in questo senso, Fucini appartiene a quel genere di scrittore
filantropico che ha avuto tanta fortuna nella letteratura del secondo Ottocento,
in Francia e in Italia.
In Fucini c'è sempre una preoccupazione morale, interiore, al destino degli
uomini e delle famiglie, al mondo contadino che egli vede in pericolo perché
compresso tra i ricchi possidenti di una ex aristocrazia trasformatasi in
borghesia terriera e le spinte economiche verso un progresso tanto vagheggiato
dal ceto politico, quanto irraggiungibile.
Si rilegga il finale di Vanno in Maremma o Il Matto delle Giuncaie,
per capire quanta partecipazione c'è nel cuore dello scrittore e quanta poca oggettività ci sia dentro
quella scrittura che pure si dice verista:
scrittore umorale, quindi, il Fucini, capace di dare vita a esperienze, a quadri
di vita vissuta; ancorato al mondo contadino, palustre.
Le storie del Fucini sono chiaramente storie di uomini e di donne nel loro
vissuto esistenziale più drammatico, sono drammi umani più che inchieste
sociali: il dato sociale, l'inchiesta, così cara ai veristi è lasciata
semmai ad altri scritti fuciniani, come ad esempio Napoli ad occhio nudo.
Ma l'umanità, la pietà, la compartecipazione emotiva prevalgono in ogni
momento delle Veglie e sono certamente anche un segno di debolezza della
scrittura, perché lì Fucini è meno limpido, meno incisivo delle storie che
racconta.
Certo, la società che Fucini rappresenta e racconta nelle Veglie non è
quella industriale e nemmeno quella cittadina, metropolitana, come stava
facendo, pressappoco negli stessi anni, il francese Zola. La geografia di Fucini
è una geografia locale, fatta di paesi che noi qui tutti conosciamo. È una
specie di Far West etrusco dove sono immersi i tanti derelitti e i pochi
abbienti, i matti e i signori, le signorine "rinvecchiate con le 'arze
attacat'alle porpe" - come direbbe il Fucini nei sonetti in vernacolo, i
contadini, i barrocciai, le giovinette abbandonate, ingenue e sofferenti per la
loro stessa condizione. Tutti questi personaggi il Fucini l'ha conosciuti
davvero e li hanno conosciuti anche i nostri nonni e bisnonni.
Fucini però resta fedele a quel mondo, o forse si potrebbe dire meglio
che resta ancorato, ed è incapace di guardare oltre quel mondo - in senso
letterario s'intende. E così diventa lo scrittore delle Veglie pur
sopravvivendo a quel libro per altri quarant'anni.
URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/autori/fucini/mariani.htm
Data creazione: 2001-10-24. Data ultimo aggiornamento: 2006-01-03. Webmaster