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Cristiano Mazzanti
Cercherò di essere da corsa, secondo la
corsa dell'orologio.
Intanto questo incontro, cioè la data di questa commemorazione, di questo
seminario, mi facilita il tema. Il tema era: Attualità di Fucini. Se Fucini non
fosse stato attuale non si celebravano gli ottant'anni dalla morte. Si aspettava
per lo meno un centenario, quello tondo, e quindi si aspettava di più. Quindi
voglio dire che se siamo tutti qui insieme è già attuale.
Che cosa porta a galla Fucini in modo, come ha detto giustamente il mio
predecessore, da sopravvivere al canto del fuoco ed infilare i suoi racconti, i
suoi personaggi, il suo pathos, nel mondo di oggi, tecnologico, affamato di
posteggi e di altre cose. Dal mio punto di vista, la toscanità, che riemerge.
La toscanità, se vogliamo, presente e viva sempre di più, ma negli ultimi
tempi, Benigni o non Benigni, anche col congresso su Palazzeschi a Firenze, è sempre più spiccata.
E dietro questa toscanità c'è, sempre dal mio punto di
vista, una ben precisa richiesta da parte del mondo attuale: la autenticità.
Nel mondo della plastica, nel mondo dell'evanescenza, della mucca pazza, la
gente ha bisogno di valori concreti, solidi, come i tavoli del Fucini, come la
sua gastronomia, come il suo sigaro toscano, come la pipa ed altro.
E questo si riesce a trovarlo fra le sue pagine e nello stesso tempo direi che
Fucini cammina insieme con un altro personaggio toscano che, appunto, viene a
galla adesso, ed è Pinocchio. Tutti e due si contrappongono ed hanno qualcosa,
però, in comune.
La gente ricerca Pinocchio perché vuole un burattino di legno, rispetto ai
giochini di plastica, eterodiretti - questo perlomeno è quanto emerge dalla
Fondazione Collodi, che ora è bombardata, da Spielberg a Benigni, per questa
"Pinocchieide" o "Pinocchio mania" - come credo che le
persone ricerchino, nelle pagine del Fucini, questa autenticità artigianale
fatta a mano. Cos'è che ci può lasciare oggi, con le sue pagine, e anche
l'esempio della sua vita, questo "toscano-trottola", perché dalla Maremma a Livorno, Empoli,
Pisa, Firenze, in sostanza ha fatto tutto un percorso ferroviario della sua vita e con i
suoi lavori molteplici.
Direi che possono essere estratte due cose.
La prima: la parola. Come è stato già detto in precedenza, Fucini amico dei
Macchiaioli, aveva rubato il segreto della pennellata con la penna. Infatti la
parola di Renato Fucini, o di Neri Tanfucio, è duplice e plastica; con due
aggettivi, con due passati remoti, fa rimbombare nell'animo del lettore tutta
una scena. Non solo ma, direi, è doppia, perché accanto al concreto mette
anche un aspetto interiore. Ad esempio quando nel racconto "Sui fasti di
guardia nazionale", che credo sia una presa di giro del militarismo proprio
in un momento in cui il militarismo doveva essere triumphans, con la
capitale a Firenze e tutto il resto, quando lui scappa per fare il servizio di
guardia dopo il suono della Generale, parla della "daga micidiale",
cioè la baionetta, e dell' "infallibile schioppo": ha già descritto
con questi aggettivi, da un lato l'armamentario esterno e come si sentiva lui a
travestirsi da guerriero quando guerriero non era (e non erano guerrieri neanche
gli altri) sebbene fosse una persona ligia al dovere.
Quindi la parola. Fra l'altro è da aggiungere che Fucini, toscanissimo, era
nemico del becerume. Un becerume che troppe volte anche noi sentiamo, non solo
commercializzato dalla televisione, ma anche come mimo del toscano autentico.
Non è a caso che sempre nei racconti sulla Guardia nazionale, definisce il
capoposto come il "becero fiorentino", che sarebbe rimasto sempre
becero. Cioè lui era contrario a questo abuso della lingua, come troppe volte
è stato fatto anche come presa in giro. Basterebbe pensare, se non altro, che
associa il fiorentino alla bestemmia sanguigna più di una volta, specialmente
durante una gita a Sorrento. E anche questo lo critica... fra l'altro qui ci
sarebbe tutta una direttiva da Fucini a Benigni, ma lasciamola stare per oggi.
Secondo elemento, è stato ricordato più volte, è che Fucini, come tutti i
pagliacci, fa ridere di fuori perché piange di dentro. E quindi ha molti
aspetti di malinconia e di melancolia. E non a caso molti racconti hanno quella
che oggi si chiama, con un'espressione bellissima, "l'eterogenesi dei
fini". Cioè vuol dire che le cose non vanno a finire come dovrebbero
andare a finire, o non c'è il lieto fine di marca hollywoodiana. Ad esempio, in
moltissimi racconti, truculenti, c'è il dark side del realismo toscano -
che per me forse comincia con i due porci durante la Peste del Boccaccio - in
molti racconti il finale effettivamente è tragico: "La strega",
"Il matto delle giuncaie", "La vacca", e tanti altri. E
quindi, direi, è anche un avvertimento a non credere che le cose siano così
spensierate e allegre come a volte possono apparire dai sonetti o da una certa
visione della vita.
L'esempio più forte però rimane quello della libertà, dignitosa, accanto alla
satira. La satira, che vuol dire la capacità di distanziarsi dalle cose e di
vederle sotto uno spirito che poi le mette in ridicolo, è infatti il nemico
peggiore di ogni dittatura.
I dittatori hanno sempre avuto più paura di chi faceva ridere che di chi faceva
piangere.
In effetti, tutta la vita di Fucini attraverso le sue varie attività, i suoi
vari lavori, da agrimensore fino a ispettore scolastico, è una dignità
distaccata con satira.
Dal mio punto
di vista ricorda, per certi aspetti, I "Maledetti toscani" di
Malaparte. Quando Malaparte dice che i toscani hanno un modo di stare in
ginocchio che è come uno stare in piedi con le gambe piegate, questo mi ricorda
Fucini in quell'incontro con Pio IX ad Empoli, che invece di inginocchiarsi come
tutti gli altri, cerca di chinarsi raso terra, ma non si inginocchia. E così,
un'altra frase
di Malaparte, rispetto a quel famoso discorso di Palazzo Venezia, quando disse
che se "ci fossero stati più toscani quella volta sotto palazzo Venezia,
forse sarebbe stato meglio per tutti".
Questo per dirvi, appunto, questo spirito che
nasce anche dal Fucini, della toscanità, come va avanti, vorrei concludere con
un esempio fiorentino, che ha preso proprio una parola che può sembrare volgare
ma invece, secondo da chi e come usata, non è tale per niente.
Qui, omnia munda mundis, un ricordo di La Pira, sindaco di Firenze, che
veniva dalla Sicilia, però che si era fiorentinizzato abbastanza.
E quando parlava con i grandi..., quando noi eravamo studenti, o con
Kennedy o con Krusciov, diceva: "o vien via, lasciala sta' la bomba. Un lo
fare il bischero!".
La Pira aveva imparato bene da Firenze.
URL:
http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/autori/fucini/mazzanti.htm
Data creazione: 2001-08-26. Data ultimo aggiornamento: 2006-01-04.
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