Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: --- (fuori concorso)*

ZACCARI, PAOLO (Milano)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

21 modi per dirti ti amo (Antonello Venditti)

21 Rose, 21 e ...
21 Diamanti nella mia mano
21 Lune senza te, 21 giorni sull’altopiano
e la ragazza del luna park ha caricato il suo fucile
21 colpi davanti a me, è così facile morire
in nome dell’amore, oh, uh, dell’amore
io combatterò, oh, per amore
21 mondi fra me e te, 21 figli per ogni mano
se avessi un fiume te lo darei e questa pietra sarebbe grano
in nome dell’amore, oh, uh, dell’amore
io combatterò, sì, per amore
21 rose, 21 rose e...
21 ore di aeroplano
21 lune senza te, 21 modi per dirti ti amo
e la ragazza del luna park ha caricato il tuo fucile
21 colpi su di me, è così facile da dire
in nome dell’amore oh, uh, dell’amore
io lo difenderò, si, questo amore
io combatterò, oh, uh, per amore
io lo salverò, si, questo amore
io mi salverò ...

 

Testo del racconto:

Giunse da lontano, probabilmente attutita dalla nebbia, la flebile voce di una campana solitaria. Un solo, ovattato, rintocco. Era tardi e cominciava a far freddo davvero. Aveva piovuto per tutto il giorno e i venti giunti dal Nord avevano fischiato senza sosta, rincorrendosi tra i palazzi e spazzando via quel poco che rimaneva dell’estate. Era solo il 21 settembre, ma tutta Londra sembrava sprofondata in un inverno cupo e triste. Poi era scesa la notte, il vento si era calmato e la pioggia aveva cominciato a scendere fine fine, che quasi non la sentivi, salvo poi ritrovarti zuppo dalla testa ai piedi. Sta di fatto che all’una di notte per le strade di Camden non c’era anima viva. Il silenzio era rotto solo dal costante sgocciolio dell’acqua giù per le grondaie. Ogni tanto l’auto di qualche ritardatario risaliva le vie buie e deserte. Una sola figura si intravedeva nella foschia: camminava piano, un uomo intabarrato in un’impermeabile scuro dal quale spuntavano jeans e consunti stivali da motociclista, le mani conficcate nelle tasche e un berretto nero calato sul viso.
Frank non avvertiva il freddo pungente; era troppo concentrato sul gelo che era dentro di lui e che gli attanagliava il cuore. Camminava e pensava. Pensava senza sosta a quanto gli aveva detto l’amico Sam e alla morte del povero Jake. E poi pensava a lei. Ancora a lei. Sempre a lei. Pensava e camminava, silenzioso, come un’ombra nella nebbia.

Ë Ë Ë

Esattamente tre mesi prima, sul finire di giugno, Frank si trovava per puro caso ad attraversare il Tower Bridge quando notò i carrozzoni del luna park assiepati lungo l’argine del Tamigi: c’era tanta gente, spinta anche dalla giornata calda ma piacevolmente ventilata; c’erano nell’aria colori e odori, su tutti l’intenso aroma di cipolla fritta negli hot dog, così comune nella capitale inglese. Si udivano risa e schiamazzi. Frank decise che si sarebbe rilassato un’oretta. Del resto non aveva impegni verso nessuno all’infuori di se stesso. Non li aveva mai sopportati. Scese la ripida scalinata e rapidamente si confuse tra la folla. Risalì per un tratto la fiera, per arrestarsi dinanzi alla baracca del tiro a segno. Si avvicinò al banco al di là del quale sedeva un ometto grassoccio che subito lo abbordò:
- Buongiorno, Sir. Con un solo pound potrà mettersi alla prova, non è un’occasione?
- Certo... - Bofonchiò Frank abbozzando un sorriso - Beh, vediamo se ho ancora la mano.
- Fantastico ! Ho giusto la splendida imitazione di una Colt in tutto e per tutto identica all’originale.
Così dicendo, gli schiaffò in mano l’arma ad aria compressa. Frank, che aveva già maneggiato il corrispondente reale di quella pistola, non era affatto convinto della somiglianza, ma si tenne il commento per sé. Sarebbe andata bene comunque. Tese il braccio, prendendo la mira. C’erano tre tipi di bersagli: barrette metalliche di grandi, medie e piccole dimensioni, quest’ultime larghe non più di due centimetri. Aveva a disposizione otto colpi. Il primo spazzò via una di quelle piccole, dopodiché ne esplose altri sette spostando la pistola da un bersaglio all’altro con una velocità sconcertante. Cinque piccoli e due medi. Davvero niente male. Ripose la pistola, mentre l’uomo si complimentava con lui. Alle spalle di Frank si udì una voce femminile.
- Uau ! Davvero abile, pistolero.
Si girò e la vide... e fu come se lo avessero colpito alla bocca dello stomaco. La sua bellezza era accecante: i lunghi capelli neri come la notte scendevano sinuosi fino a mezza schiena, gli occhi verdi e grandi sembravano brillare come smeraldi. Le labbra carnose, ed estremamente sensuali erano sormontate da un bel nasino all’insù da bimba. Era alta e la t-shirt lasciava intendere la presenza di un seno sodo e bel formato. Alle sue spalle dall’altra sponda del fiume, le merlature della Torre di Londra di stagliavano contro un cielo di cobalto.
- E’ stata solo fortuna - rispose con calma.
- Non credo - ribatté la ragazza con un sorriso accattivante - Mi piacerebbe un peluche: tu quale mi regaleresti?

Frank si girò verso lo scaffale dei premi: c’erano diversi peluche, un orso, un cane, una pantera, un... Lo sguardo si fermò sulla pantera. C’era un qualcosa di misterioso e vagamente sinistro nel modo in cui lo fissava con quei suoi occhi di vetro. A Frank piacque.
- Vorrei la pantera - disse all’ometto del tiro a segno - è possibile?
- Diavolo! Con una mira simile puoi scegliere tutto ciò che vuoi!
Gli diede la pantera e lui la porse alla ragazza, senza dir nulla.
- Hai scelto bene, pistolero - lo stuzzicò lei senza smettere di sorridere.
- Chi sei?
- Mi chiamo Ramona.
A Frank parve un nome splendido. Si presentò a sua volta.
- Cosa ti ha fatto credere che te l’avrei regalata?
- Solo il modo in cui hai spalancato gli occhi quando mi hai vista.
Frank sorrise. Era sveglia oltre che bella.
- Penso che se avessi un fiume te lo darei - l’apostrofò.
- Ed io sarei felice di accettarlo!
Lo prese per una mano e lo tirò dolcemente a sé. Al suo tocco Frank avvertì chiaramente una scossa, una specie di fremito di desiderio, attraversarlo da capo a piedi.
- Andiamo a fare un giro - fece lei ed insieme si dispersero tra la gente.
Quella sera, dopo che ebbero cenato in un simpatico ristorante italiano e tirato tardi in un elegante locale di Soho, entrambi si ritrovarono nel piccolo, ma funzionale appartamento di Frank nel quartiere di Pimlico. E lei andò a lui e lui andò a lei e fu come mai prima di allora: una dea selvaggia e indomabile e un uomo che aveva fatto della vita una scommessa col destino. Dopo, mentre insieme attendevano il sonno, nessuno di loro parlò. Frank pensava a quel calore che avvertiva nel petto: stentava a credere, ma forse il suo fuoco non si era ancora spento.
Il giorno dopo fu lui a recarsi all’hotel dove Ramona aveva detto di soggiornare.
Solo per il momento aveva detto e non ti azzardare a chiedermi cosa faccio nella vita!
Frank non aveva chiesto nulla, ma le aveva fatto promettere la stessa cosa. A ognuno i suoi segreti. Volle prenderle due dozzine di rose, ma al fioraio ne erano rimaste solo 21. Sarebbero bastate. Quando lei aprì la porta della sua camera, lui le sorrise attraverso petali rosso sangue.
- 21 modi per dirti ti amo - recitò.
- Mamma mia, che parolone!
Frank rise, sospingendola all’interno, ma, nonostante l’avesse conosciuta solo il giorno prima, sentiva di essere irresistibilmente attratto da quella donna. Si frequentarono per un mese intero, immergendosi nella frenetica e stravagante vita notturna della città. Nessuno chiese mai all’altro cose facesse nella vita per avere sempre così tanto denaro senza un apparente lavoro. Frank certo non moriva dalla voglia di raccontarle che per vivere organizzava furti e rapine e Ramona dal canto suo sembrava non interessarsene affatto. Ciò avrebbe dovuto insospettirlo, ma la sua mente solitamente vigile era intorpidita dalla passione e dallo sguardo ipnotico di quegli occhi verdi come laghi alpini. Così, quando lei gli propose il colpo, il suo proverbiale sesto senso, la sua marcia in più che nel tempo l’aveva reso inafferrabile, non scattò. Frank rimase immobile ad osservarla, con l’espressione di chi avesse appena ricevuto una schiaffo senza alcun motivo.
- Che ti prende? - lo incalzò - Pensi forse che non avessi capito che la tua coscienza non è proprio cristallina? Andiamo, credevo che mi reputassi un po’ più intelligente. E poi, uno che frequenta il Dark Side non può essere un bravo ragazzo!
Era vero il Dark Side Pub, a Chelsea, era un ricettacolo di varia malavita, un canestro di mele marce e Frank era solito andarci per stabilire qualche contatto o avere una dritta interessante. Non era un posto per belle signorine.
- Non ti ho mai vista al pub, e una come te non passa inosservata ...
- Forse perché c’era poca luce, o troppa gente, o troppo fumo nell’aria, o forse semplicemente perché io non volevo farmi vedere.
Di nuovo l’intuito di Frank provò a farsi sentire, ma riuscì solo a infondergli una vaga sensazione d’ansia. C’erano quegli occhi, così dolci e così furbi. L’ansia subito sparì.
- Forse hai ragione, forse non ti ho vista, ma tu chi sei veramente ?
- Solo una che si è stancata di sentirsi dire sempre quello che deve fare. E per cosa? Per un tozzo di pane e lo scherno di chi puntualmente ti passa avanti solo perché ha qualche soldo in più.
Frank rimase affascinato dalla rabbia insita nella sua voce: gli parve di rivedere se stesso dieci anni prima, quando decise che dalla vita non avrebbe accettato restrizioni. Ogni sua resistenza fu spazzata via.
- Hai già in mente qualcosa? - le chiese. Lei lo baciò con trasporto.
- La Queen’s Jewelery di Bond Street ogni venerdì alle sei in punto trasporta preziosi o nella sede di Regent Street o in quella di Russel Square, che rimangono aperte il sabato. Ma il furgone blindato che raggiunge una delle due sedi in realtà è vuoto: i gioielli vengono recapitati da agenti in borghese che a piedi raggiungono l’altra gioielleria. Venerdì prossimo sarà la volta di una partita di diamanti appena giunti da Capetown, valore approssimativo: cinquecentomila sterline.
Gli occhi di Frank brillarono nella penombra della sua camera.
- E questo come lo sai?
- Lavoravo per loro, qualche tempo fa, poi ho preferito licenziarmi.
- Perché?
- Ho avuto una discussione con il direttore ... ma preferisco non parlarne. Allora, che ne pensi?
- Come sai dei diamanti, se ora non lavori più per loro?
Il sesto senso premeva, scalciava nel suo petto. Lei lo accarezzò dolcemente prima i viso, poi sempre più giù.
- Ho ancora dei contatti.
- Vorranno la loro parte ...
- E’ un problema?
Frank dovette arrendersi ancora una volta al fascino e all’energia che emanavano dal corpo di quell’Amazzone dai lunghi capelli corvini.
- Domani studieremo il da farsi - le rispose, poi la rovesciò sul letto e l’amplesso li travolse con la furia di un temporale estivo.
L’assalto: per Frank fu come una sferzata di adrenalina, un salto nel vuoto, una sniffata di cocaina. Ogni volta che entrava in azione si risvegliava in lui l’istinto dell’animale da preda e la sopravvivenza diveniva la sua sola legge. Dal retro della gioielleria, che dava sul vicoletto, uscirono prima un uomo con un paio di Ray Ban scuri, poi un altro con una zainetto in spalla ed infine una specie di gigante in giacca e cravatta.
Frank sbucò fuori dalla gente che andava e veniva, la 45 con il silenziatore già in pugno e sparò al primo uomo che si accasciò a terra strabuzzando gli occhi. Il gigante urlò qualcosa a quello con lo zaino, si mise a correre, poi fece fuoco tre volte; Frank si gettò a terra mentre i proiettili fischiavano rabbiosamente sopra di lui e sparò a sua volta. Il gigante crollò, stordito nonostante il giubbetto antiproiettile. Non c’era tempo per lui. Intorno urla a volti in preda al panico. Bisognava fermare l’uomo con lo zaino prima che si dileguasse. Frank si gettò all’inseguimento, lo vide quasi in fondo al vicolo e scaricò la pistola nella sua direzione: l’uomo urlò e cadde artigliandosi la gamba ferita. Non era armato, trattandosi di un commesso della gioielleria, e non oppose resistenza quando Frank lo raggiunse e gli sfilò lo zaino: era paralizzato dal terrore. Fuggì di corsa e guadagnò Oxford Street, dove la salvezza lo aspettava con le sembianze di una portiera aperta e due grandi occhi verdi carichi di apprensione. Con un balzo fu a bordo e subito l’auto si allontanò rombando. Era finita.
Avevano rubato 21 diamanti, riposti in un’elegante custodia di velluto blu: mandavano tremuli riflessi nella calda luce del giorno. Per loro avevano sparso terrore e sangue. Frank scacciò subito quel pensiero: era inutile coltivare simili idee.
- Come ci regoliamo durante le seconda fase?
- Li terrai tu - rispose Ramona - fino al giorno stabilito. Io potrei essere indagata per via del mio licenziamento: è meglio che sia pulita.
Frank la stuzzicò: - Come sai che non prenderò il volo?
Lei gli rispose con aria di sfida.
- Allo stesso modo in cui sapevo che mi avresti preso quel peluche.
Aveva ragione: non sarebbe mai scappato, non l’avrebbe mai tradita. Insieme erano i migliori. Ramona lo lasciò a Victoria Station con un ultimo bacio, poi, per tre lunghe settimane, non si videro più. Frank viaggiò in treno fino a Salisbury, poi da qui raggiunse in corriera l’altopiano omonimo e il suo rifugio, una baracca non lontano da un piccolo villaggio. Doveva nascondersi per un po’, la sua faccia era stata vista da troppe persone, il gigante sbirro per primo. La baracca era di un pastore che si preoccupava anche di fornirgli i viveri. Lo "zio Sam", come si faceva chiamare, era un uomo che faceva poche domande e si accontentava di mille sterline extra in cambio dei suoi favori. Fu lui a spezzare l’incantesimo di Frank. Un giorno il discorso cadde su un comune amico, solito a frequentare la baracca nei momenti di maggior bisogno.
- Hai saputo di Jake ? - domandò Sam.
- No - rispose Frank - che gli è capitato?
- E’ morto ammazzato, su, a Liverpool.
- Cristo ... ma come è successo?
- Non si sa nulla di preciso, a parte il fatto che aveva appena messo a segno un colpo strepitoso ad una banca della città.
- L’hanno fregato.
- Già, gli hanno estratto 21 pallettoni dallo stomaco. E pensare che l’ultima volta che l’ho visto a Liverpool era così felice con quella donna ...
- Aveva una donna?
- Una gran donna, con lunghi capelli neri e occhi da gatta. davvero stupenda.
Una lama di ghiaccio si conficcò nel petto di Frank.
- Che hai detto?
- Sì, uno schianto, ti dico. Si chiamava ... aspetta, si chiamava ...
- Ramona?
La sua voce era un filo pronto a spezzarsi.
- Ecco! Ma, diavolo, allora la conoscevi!
Il filo si spezzò. Tutto prese a vorticare intorno a Frank e la vista gli si offuscò, mentre qualcosa in lui esplose come una bomba: il suo intuito era riuscito a spezzare le catene che l’avevano ridotto all’impotenza e ora urlava la sua verità con rabbia sorda e cieca. Non era vero. non poteva esserlo. Non doveva esserlo. Ma il suo intuito non aveva mai sbagliato.

Ë Ë Ë

La luce dei lampioni si rifletteva sull’asfalto bagnato. La mano di Frank tastò la saccoccia con i diamanti: li udiva cozzare tra di loro, freddi e senz’anima. Avrebbe potuto andarsene con loro. Quanto avrebbe impiegato a raggiungere l’altra parte del mondo? 21 ore di aeroplano? Forse, ma doveva prima rivederla. Perché l’amava. Era inutile negarlo. Aveva lottato per amore e aveva perso; ora doveva combatterlo, quell’amore che l’aveva sconfitto, o ne sarebbe rimasto schiacciato. Aveva trascorso 21 giorni sull’altopiano preparandosi a quel momento e maledicendosi per aver voluto ignorare i tanti punti oscuri della loro strana storia. 21, 21, sempre quel maledetto numero.
Frank raggiunse il ponte sul canale e si arrestò. Qui la nebbia era più fitta e sembrava stagnare sulle acque calme. Scese la gradinata e si ritrovò sull’argine. Avvertì la sua presenza prima ancora di udire la sua voce.
- Ciao, Frank.
Si voltò e lei era a pochi metri da lui, jeans e giubbotto di pelle nera: tra le mani reggeva una Remingthon a canna mozza. L’ultima speranza di Frank svanì. Era tutto vero: lei era la strega, la vedova nera, il ragno famelico che seduce e uccide. Ora erano faccia a faccia, la ragazza del luna park e il bandito solitario. Frank rimase in silenzio. Un’ombra di inquietudine passò sul volto di Ramona.
- Non sembri sorpreso.
- Non lo sono. Ramona, perché?
Questa volta fu lei a tacere.
- Insieme eravamo grandi. Saremmo arrivati lontano.
- Io non ho bisogno di te! - lo aggredì - Sono sola e rimarrò sola.
- Perché non hai preso i diamanti e non te ne sei semplicemente andata?
- Mi sarei fatta un nemico. Meglio non lasciare tracce, non trovi?
Ora Frank la vedeva per quello che era, scaltra e spietata e se la immaginò puntare il fucile all’amico Jake per farsi dire il nome di qualche criminale di Londra, un’altra vittima da sfruttare e uccidere. Le sue labbra si piegarono in un sorriso amaro.
- Ora dammi i diamanti! - intimò.
Li gettò ai suoi piedi.
- La pistola.
La 45 cadde con un tonfo metallico. Frank parlò con una voce afona.
- Hai sempre mentito? Sempre, fino in fondo?
Lei rise con ferocia. - Prova a indovinare!
Ma Frank aveva udito abbastanza.
- Vallo a dir a Jake, troia!
E, così dicendo, si buttò sulla sinistra, giusto in tempo per evitare la micidiale rosa di pallettoni del fucile. Impugnò la piccola automatica che teneva infilata nei pantaloni, dietro alla schiena, ed esplose due colpi da terra. Ambedue raggiunsero l’addome della ragazza che, con un grido, fu scaraventata all’indietro, perdendo il fucile. Lui si rialzò e le si avvicinò. Avrebbe potuto finirla, ma non lo fece: si limitò a raccogliere la saccoccia con i diamanti per rimetterla in tasca, poi si girò e si diresse verso la scalinata. Udì un gemito strozzato alle sue spalle, ma non si voltò: non volle vedere il rivolo di sangue che le fuoriusciva dalla bocca, i suoi lunghi capelli sporchi di fango. Altri rumori. Non era difficile, per Frank, immaginarla strisciare verso il fucile, una smorfia d’odio dipinta sul volto, afferrarlo e fare leva su di esso per cercare di rialzarsi. Era già a metà scalinata. Non si sarebbe girato. Avrebbe continuato a camminare e ad ogni passo avrebbe atteso la scarica che gli avrebbe spezzato la spina dorsale. Forse era proprio quello che voleva, forse era l’unico modo per lenire il dolore del suo cuore martoriato.
Un altro gemito.
Ora poteva vederla distintamente, inginocchiata a terra, reggere il pesante fucile, cercando di prendere la mira con le ultime forze rimaste.
Mancavano solo due scalini, poi sarebbe stato fuori tiro. Forse ce l’avrebbe fatta anche questa volta.
Forse un giorno avrebbe dimenticato.
Forse ...

 

* Il racconto supera in misura significativa il limite massimo dei 10.000 caratteri

URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/1998-1999/racconti/racconto142.htm
Data ultimo aggiornamento: 1999-12-23.
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