Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 143

PASQUETTI, FRANCESCA (Volterra, PI)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

Tapparella (Elio e le Storie Tese)

Brufolazzi, tapparella giù e poltiglia
più ascella purificata:
ti ricordi che meraviglia, la festa delle medie?
"Tu non vieni"
Non importa, sai, ci avevo Judo.
Ma se serve vi porto i dischi così potrete ballare i lenti,
"Porta pure ma non entri".
Ma perché siete così? Io che credevo, io che speravo
Parteciperò, mi autoinviterò, dannata festa delle medie.
Mi presento: burp, haha, ciao ragazzi.
Faccio un vento e gli cambio il clima,
temporeggio bevendo spuma.
Chiedo Fonzi e mi danno avanzi. Cristo, perché?
Parapiglia, scatta il gioco della bottiglia.
Se avrò culo potrò
"Tu non giochi"
baciare
"Abbiam fatto le squadre prima"
palpare
"Ma se aspetti un po’ finiamo"
amare
Sì va be’ però poi balliamo,
"Non ci rompere i coglioni".
Sul piatto gira un geghegè,
danzo da solo e me ne vanto.
Fantastico zimbello, io.
Non consumerò, non deglutirò
questa amarissima aranciata.
No, invitato no; niente Fonzi no;
Sul bicchiere no, niente nome ho.
Ballo lento ho, ballo forte no,
la bottiglia no, gioco scopa no.
Amicizia no, cortesia no,
convenienza no, ampio parcheggio no.
Basta!
Questa festa è insoddisfacente,
Ma ne ho un’altra nella mia mente.
Una festa molto particolare
dove saranno invitati tutti:
molti amici, molti nemici e anche Panino.
Forza Panino.

 

Testo del racconto:

La festa delle medie

 

Coro: "Siete la coppia più bella del mondo…
Speriamo siate sterili."

 

Preceduti dai sontuosi effluvi canini generosamente esalati dal pelo ispido di Bernardo, che Giulio si ostinava a spacciare per volpino, cosa che l’evidenza delle sue sproporzioni di re dei bastardi si affrettava a smentire, il suddetto spacciatore di razze false e io ci aggiravamo pensosi tra i cadaveri abbandonati delle auto, l’unico ambiente nel quale quel paranoico del suo cane riuscisse a liberare il suo corpo in tutta tranquillità.
Giulio e io, ovvero la sfiga di essere nati in una cosa che più che un corpo era uno straordinario inventario di difetti, e di conseguenza fonte inesauribile di diletto per tutta la nostra classe (e non solo).
Quando la superfiga Vanessa, alle 10.35 di quella stessa mattina, ci aveva invitati alla festa di Carnevale che si sarebbe svolta a casa sua, eravamo trasaliti. Tentativo di conciliazione? Imboscata?
"Ci seppelliranno nel bidone della spazzatura" Propendevo decisamente per la seconda ipotesi. Non così Giulio, il secchione allampanato e brufoloso da qualche tempo mio inseparabile compare per via delle imbarazzanti affinità elettive che ci legavano, il quale non aveva mai smesso di sperare in un’improbabile inserimento in quel clan di aguzzini che era la nostra classe. A tale scopo si era vergognosamente prostituito in più occasioni, elargendo più o meno legalmente il suo sapere da secchione, ma per tutti era rimasto il solito Giulio-il-secchione-e-vedi-di-toglierti-dalle-balle-alla-svelta. Il poveretto soffriva di quello che io definivo "delirio di inserimento sociale" o anche "coglionaggine acuta": non nutrivo il minimo dubbio circa il fatto che, se ciò fosse servito a fargli raggiungere lo scopo, non avrebbe esitato a confezionarmi un vestitino con gli olezzanti prodotti del suo mefitico cane. Guardai Giulio-faccia-di-culio e conclusi che, in quelle condizioni, non l’avrebbero fatto partecipare al gioco della bottiglia che nel ruolo di bottiglia.
Quanto a me, godevo momentaneamente dell’assenza di uno specchio, risparmiandomi con ciò le più cupe e devastanti riflessioni.

 

Coro: "Emma, Emma, vieni a pescare con noi,
Ci manca il verme…"
( Descrizione del verme)

La forma di saluto che al mattino i leader della classe e i loro scagnozzi rivolgevano a ognuna delle ragazze attestava inequivocabilmente il posto che queste occupavano nella speciale gerarchia scolastica, esprimendone di fatto in modo compiuto e attendibile il grado di accettabilità sociale. Le fighette azzimate dai capelli-in, vestiti-in, filo di trucco e che (fondamentale) erano fornite di un corpo che manifestava segnali inequivocabili ed evidenti di un avanzato stato di sviluppo puberale, venivano accolte da apprezzamenti più o meno pesanti (per i quali fingevano di arrossire) e da qualche palpata che faceva emettere loro un’impressionante gamma di gridolini, che andava dal finto-sconvolto, al finto-imbarazzato, passando per il finto-scandalizzato.
C’erano poi quelle anonime che, perfettamente in tono con il loro aspetto incolore, venivano salutate in genere da un laconico e grigio "ciao".
Le note si facevano dolenti per le bruttine, quelle sgraziate di natura e per di più non dotate di mamme che si facevano in quattro per migliorare il loro aspetto, le quali anzi non si vergognavano di rifilare loro gli abiti smessi e fuori moda di fratelli e cugini e infierivano sulle loro povere teste imponendo tagli di capelli che manifestavano una crudeltà imbarazzante, spiegabile soltanto come la vendetta anticipata per l’insana passione che inevitabilmente l’ignara figlia avrebbe presto provato per il padre, spintavi dalla crisi edipica ormai alle porte. Dopo i primi giorni di scuola, in cui le poverette ricevevano insulti di vario tipo, i caritatevoli compagni sembravano dimenticarsi di loro ed esse finivano per essere abbandonate ad un piacevole quando provvidenziale oblio. Tali sfigate ricoprivano il gradino più basso della scala sociale e ciò accadeva ovunque, tranne nella mia classe: là infatti c’ero io.
Io ero un fuori-categoria, una fuori-serie, uno straordinario fuori-programma della natura: non c’era niente in me che potesse rendermi vagamente accettabile, io ero il martire sulla cui testa ricadevano le crudeltà di quel piccolo mondo, il cui delirio persecutorio nei miei confronti finì con l’acquistare una valenza umanitaria: infatti valse a rendere meno atroce la permanenza in quella classe delle bruttine di cui sopra, il cui agognato oblio venne anticipato dalla mia provvidenziale presenza.
Ero martire e Manna dal cielo: non c’è da stupirsi in fondo che in seguito abbia cominciato a manifestare quelle tendenze autoglorificatrici misticheggianti che finirono con lo sfociare nel delirio di onnipotenza a causa del quale volli sperimentare i miei poteri saltando giù dalla finestra di camera; episodio in seguito al quale fui costretta a rivedere le idee circa la mia invulnerabilità, essendomi rotta una gamba.
Ero il perfetto alter-ego delle tipe-in: tutto in me era irrimediabilmente OUT. In luogo di bei capelli curati, lucidi e lunghi, io avevo in testa un cespuglio ingovernabile cui niente sembrava capace di conferire una qualche forma e, a proposito di forme io fui, durante tutte le medie, l’unica rappresentante femminile della classe che non fu mai provvista di alcuna rotondità muliebre. Inoltre mia madre sembrava ritenere che fosse moralmente giusto abbigliarmi con abiti che fossero il più possibile lontani dal gusto del momento, dato che si accaniva in maniera singolare nella ricerca di aberrazioni sartoriali che andava a pescare in vetusti negozi nei quali lasciava dei piccoli patrimoni.
Era questa premeditazione che non riuscivo a perdonarle, perché avrei generosamente accettato degli abiti semplicemente vecchi, se non avessimo avuto i soldi per comprarne di nuovi, ma quegli inamidatissimi scafandri ricamati, li vedevo come un preciso affronto alla mia persona, teso a ledere la mia dignità di individuo in delicata fase pre-puberale e ad aggravare, se mai ce ne fosse stato bisogno, la mia precaria posizione all’interno del ristretto mondo scolastico.
Ogni mattina attendevano il mio trionfale ingresso in aula commenti che, sostanzialmente, potrebbero essere riassunti con un laconico "fai schifo" ma che, devo dargliene atto, erano caratterizzati da una fantasia stupefacente, da una notevole ricchezza verbale e da un’incessante ricerca semantica che quasi quasi mi lusingavano. Per nessun altro quelle iene si spremevano le meningi come facevano per me. Comunque non si può dire che sul momento questa fosse una gran soddisfazione.
Disgraziatamente non caddi mai nell’oblio.

Voce solista: "Ma perché siete così?
Io che credevo, io che speravo…"

 

GIULIO: Io ci vado.
IO: Sei più cretino di quanto pensassi.
GIULIO: Stronza.
IO: Ti massacreranno. E io ne godrò immensamente.
GIULIO: Anch’io quando ti vedrò sola soletta e nessuno ti cagherà. Me compreso!
IO: Ma perché, pensi DAVVERO che LORO vogliano essere amici TUOI? Di Giulio-faccia-di-culio?
GIULIO: Ecco cosa sei…GELOSA! Perché è ME che Vanessa guardava quando ci ha invitati, ME! D’altra parte chi vuoi che ti ci voglia te in una festa, sei una palla! Sei antipatica anche al tuo specchio! Deprimeresti anche un topo morto…
IO: Vuoi vedere che il deficiente pensa di piacere alla Vanesia…Ah!Ah!
GIULIO: No! Anzi…perché no? Che mi manca? Non sono mica un relitto umano come te, io!
IO: Che ne dici di GIULIO-LA-MERDA-UMANA?
GIULIO: Che ne dici di BELLA DI NOTTE?
IO: Che è una pura illusione. Esiste anche la luce elettrica.
GIULIO: Tanto io ci vado lo stesso e dopo ti mollerò da sola e anzi riderò di te e poi…e poi….
IO: Sei un coglione.
GIULIO: …
IO: …

Coro: "Scemo! Scemo! Scemo!"

L’hanno massacrato, povero Giulietto, chissà che ti hanno fatto quei fetenti, dovevi ascoltarmi, perché non vuoi mai ammettere che ho sempre ragione io… ti avranno massacrato… senz’altro…e hanno fatto bene! Benissimo! Perché sei uno stronzo…qual era la storia del topo morto? Ah sì, ora te lo faccio vedere io chi è che ride e di gusto… cretino… sottosviluppato… Striscerai davanti a me come una biscia, solo, umiliato e più zimbello di prima e io forse, e dico forse, ti elargirò in elemosina se ne avrò voglia qualche pietoso residuo di amicizia, quando ne avrò tempo. Così impari! E se… se…E se non avesse fatto la figura del solito coglionazzo? Possibile? Credibile? No, certo, però non si sa mai… Oh mio Dio… IO sarei sola, IO sarei probabilmente più zimbello di prima, e LUI avrebbe avuto ragione…no! Dio, se ci sei, sii gentile, fa che l’abbiano demolito, non voglio rimanere sola!
In questo stato di egoistica angoscia mi recai a scuola. Niente Giulio. Nessuna offesa gratuita. Sembrava che io non esistessi. CHE STA SUCCEDENDO?
Decisi di recarmi di filato a casa di Giulio, infilai la porta come un razzo, accolta da sua madre in delirio (Oh Emmina, tesoro, meno male che ci sei, vuole parlare solo con te… Oh Giulio, Giulietto, amico mio, allora mi vuoi bene, che ti hanno fatto…).
Seguendo la scia olezzante di Bernardo trovai subito Giulio, seduto in poltrona. La faccia di circostanza del quadrupede ai suoi piedi mi indusse ad assumere un’aria contrita.
"Come stai?"
"Guttalax"
"Ah".

 

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Data ultimo aggiornamento: 2000-01-04.
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