Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 221

FAVARETTO, SILVIA (Trivignano, VE)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

Tear (The Smashing Pumpkins)

The lights came on fast
Lost in motorcrash
gone in a flash unreal
but you knew all along
you laugh the light
I sing the songs
To watch you numb...
I saw you there
You were on your way
You held the rain
and for the first time
Heaven seemed insane
cause Heaven is to blame
for taking you away.
Do you know the way
that I can...
Do you know the way
that I can't lose?
Do you know the things
that I can...
Do you know the things
that I can't do?
Where is your heart?
Where is your heart gone to?
Tear me apart
Tear me apart from you
You laugh the light
I cry the wound
in grey afternoons
I saw you there
You were on your way
You kissed me cold
and for the first time
Heaven seemed insane
for taking you away
cause Heaven is to blame
for taking you away .
The lights came to pass
dead opera
motorcrash
gone in a flash unreal
in nitrous overcast
Do you know the way
that I can...
Do you know the way
that I can't choose?
Do you know the things
that I can...
Do you know the things
that I can't lose?
Tear me apart
Tear me apart from you
Where is your heart?
Where is your heart run to?

Traduzione italiana:

Lacrima

Le luci venivano avanti velocemente
Perso in un incidente in moto
Andatosene in un bagliore irreale
ma tu lo sapevi già
ridi la luce
Canto le canzoni
Vederti irrigidito...
Io ti ho visto lì
Eri sulla tua strada
Trattenevi la pioggia
e per la prima volta
il cielo mi sembrò impazzito
perché la colpa è del cielo
di averti portato via.
Ti rendi conto del modo
in cui posso...
Ti rendi conto del modo
in cui non posso perdere?
Sai le cose
che posso...
Sai le cose
che non posso fare?
Dov'è il tuo cuore?
Dov'è finito il tuo cuore?
Mi lacera
Mi strappa via da te
Ridi la luce
Piango la ferita
in pomeriggi grigi
Io ti ho visto lì
Eri sulla tua strada
Il tuo bacio era freddo
e per la prima volta
il cielo mi sembrò impazzito
di averti portato via
perché la colpa è del cielo
di averti portato via.
Le luci passavano
opera morta
incidente di moto
Andatosene in un bagliore irreale
espulso nel nitrato
Ti rendi conto del modo
in cui posso...
Ti rendi conto del modo
in cui non posso sciegliere?
Sai le cose
che posso...
Sai le cose
che non posso perdere?
Mi lacera
Mi strappa via da te
Dov'è il tuo cuore?
Dov'è corso il tuo cuore?

Testo del racconto:

Non si pensa, non si pensa mai quanto vicina ci sia la morte, in attesa dietro ad ogni angolo che giriamo.
Quel giorno il quartiere si era risvegliato come sempre, stiracchiandosi nell'aria fresca della mattina; le serrande del tabaccaio cigolavano sulla strada: quella era la singolare sveglia che riconosceva Gianma ogni mattina, ormai da quasi 18 anni. Il giorno seguente avrebbe finalmente raggiunto i tanto sospirati 18. Non a caso, i suoi gli avevano promesso, come regalo di compleanno, una 550 fiammante, quasi nuova, che suo fratello avrebbe ritirato quello stesso giorno, in mattinata.
Spalancò gli occhi da gatto randagio e scese dal letto con un balzo, avvicinandosi alla finestra. Osservò la strada di sotto e pensò che quella via gli sarebbe piaciuta molto di più quando avrebbe potuto sfrecciarci sopra sulla sua 550 nuova. Alzò lo sguardo e sorrise alla sua immagine riflessa sul vetro. Se solo avesse potuto averla quel giorno stesso... la sera vedeva Marina e avrebbe fatto un figurone ad andarla a prendere in moto...forse, con un po' d'insistenza sarebbe riuscito a convincere suo fratello a sganciargliela prima per un giro di prova. Si girò di scatto verso il letto di suo fratello, le lenzuola erano sagomate in modo inequivocabile: lì c'era Alberto, sepolto sotto alle coperte.
Senza pensarci due volte Gianma corse verso il letto di Berto e gli si buttò sopra pesantemente. "Ma che cazz.." attaccò Berto, bruscamente, mentre suo fratello gli rispondeva scherzosamente "Ehi, puzzone , è ora di andare a ritirare la moto di tuo fratello!". "Un coglione di fratello mi doveva toccare! Saranno le 5 di mattina!!" "Sono le 7 puzzone, ma se non ti va posso andare a prenderla io...".Gianma continuava a colpire Berto con piccoli pugni sulla testa."Che cretino, lo sai che i vecchi non ti lascerebbero mai! Gli anni per guidarla li avrai domani !" "E che c'entra, giorno più, giorno meno..ormai è mia!" "Senti, levati dalle palle e ne riparliamo alle dieci, ok ?" "Ok!". Era fatta. Gianma conosceva suo fratello meglio di se stesso, ridendo gli baciò la fronte che era l'unica parte del corpo che emergeva dalle coperte, e si alzò per lasciarlo finalmente in pace. Si infilò la felpa stinta sopra ai pantaloni della tuta e scese in cucina.
"Ciao ma' " .Sua madre alzò appena lo sguardo dal caffelatte , "Gianmaria, quante volte te l'ho detto di buttarla via quella maglietta schifosa, sembri uno di quei..di quei.." "Ma' , sono appena le 7 e venti, dammi altri 20 minuti di relax.." sospirò Gianma, e la madre continuò, come se non lo avesse sentito " Ti mancasse la roba poi, hai un sacco di bei maglioni, compreso quello che ti ha regalato zia Marta...è così bello...dev'essergli costato un occhio della testa..e tu niente, sempre con addosso quella robaccia grigia e quelle magliette coi teschi dell'evi metar che fanno ribrezzo solo a guardarle...", "Si dice Heavy Metal, ma' " disse Gianma prendendo una tazza dalla credenza. "Beh, dillo come vuoi, ma sempre schifo fanno,... quella con scritto Marilyn Monroe poi, è tutta piena di buchi..." " C'è scritto Marilyn Manson , ma'", rispose tranquillo Gianma mentre versava il latte nel caffè. "La gente penserà che non abbiamo i soldi per comprarti dei vestiti decenti, Gianmaria, penserà che i tuoi genitori ti fanno andare in giro come un barbone.." , "Fregatene di quello che crede la gente, ma'", disse pazientemente Gianma a sua madre, sorridendole e mescolando lo zucchero nella tazzina.
La famiglia di Gianma abitava da sempre in quella palazzina; suo padre aveva un buon lavoro ma in famiglia erano 4 e non si navigava nell'oro. Il fratello di Gianma era il più vecchio e frequentava il conservatorio, era bravissimo a suonare il piano, un vero talento. La madre, Dora, era una brava donna, molto seria e un po' distaccata, a volte, ma amava profondamente i suoi ragazzi, li amava come sapeva, lavandogli i calzini sporchi e rimproverandoli in continuazione.
Gianma bevette l'ultimo sorso di caffelatte e appoggiò la tazzina nel lavabo, poi prese il giubbotto e uscì, con gli anfibi ancora slacciati. "Ricordati di andarti a tagliare quei capelli !" gli urlò sua madre mentre lui chiudeva la porta. Dora credette di sentire un "certo ma' " confondersi con il cigolio del cancello ma non era sicura di aver udito bene, l'unica cosa di cui era sicura era che , ad ogni modo, suo figlio sarebbe tornato a casa con gli stessi capelli lunghi di quella mattina. Si alzò, posò la tazzina affianco a quella di Gianma e pensò che era ora di andare a svegliare suo marito. "Sandroo, svegliati o farai tardi al lavoro!". Un mugolio dietro a una porta chiusa le fece capire che il messaggio era stato intercettato.
Sua madre non lo sapeva, ma Gianma quella mattina, aveva intenzione di trovarsi finalmente un lavoro. I suoi erano stati generosi con lui, avevano fatto dei sacrifici per comprargli la moto e lui, per quanto fosse allergico alla fatica, voleva ripagarli in qualche maniera. La sera prima aveva letto in un annuncio del giornale del bar che in un cantiere cercavano un manovale. S'incamminò verso la strada indicata dall'annuncio, con l'aria della mattina che gli gelava la faccia, pensando a una cosa dietro l'altra, alla sua moto nuova, a Marina, a che dopo poco sarebbe stato Natale.
Il cantiere era esattamente all'angolo di quella via; il largo cancello di ferro era spalancato e Gianma entrò, con il suo passo molleggiato, le mani in tasca e il bavero del giubbotto tirato su. Di fronte a lui, una decina di uomini con le tute da lavoro gialle trascinavano sacchi di iuta e tubi d'acciaio, si arrampicavano su impalcature ed erano unti di sudore e di catrame, segnati dalla fatica di un lavoro che avevano cominciato chissà da quanto, nella fredda mattina invernale.
Un tale con il viso sporco di grasso sotto all'elmetto scaricò un grosso sacco di sabbia a fianco di un muretto e gli si avvicinò, chiedendogli : "Ti serve qualcosa, ragazzo?". Gianma stette un attimo in silenzio e poi, con la sua faccia da schiaffi, rispose " Sì, cercate padroni?".
La vicenda ebbe molto successo raccontata al bar, quel pomeriggio, e scatenò l'ilarità di tutta la compagnia. "Cazzo, Gianma, tu non lo troverai mai un lavoro !" gli disse Mauro, che giocava a calcio con lui la domenica. "Non voglio passare la vita a trascinare sacchi di sabbia io!" affermava sicuro Gianma. "Beh, finché non avrai anche tu una figlia da mantenere, puoi permetterti di fare il disoccupato !", gli disse scherzando Mauro, battendogli la mano sulla spalla. Mauro, a 24 anni aveva già una bimba di tre. "Come sta la Lisetta?" "Bene, bene, cresce in fretta. Perché non ci vieni a salutare stasera, prima di andare a prendere Marina?". "D'accordo, verrò". Gianma uscì dal bar felice, incamminandosi verso casa; la moto doveva essere già lì, erano le 4.
Quando arrivò di fronte al cancello vide il luccichio dell'acciaio e gli sobbalzò il cuore. A fianco alla moto suo fratello gli sorrideva con le chiavi in mano. "Il rompipalle è tornato...peccato, mi sarei potuto tenere questo gioiellino..." "Vaffanculo, stronzo" disse ridendo Gianma e agguantò le chiavi dalla mano del fratello. "Ehi, scemo, guarda che tu non la puoi guidare oggi...devi aspettare fino a domani..." "Accidenti, Berto, lo sai quanto ci tengo..e poi..stasera..." "Stasera, che?" "Stasera esco con Marina, domani se ne va in montagna con i suoi per le vacanze di Natale e io..." "E tu ci tenevi a fare bella figura...". Berto osservò per un secondo suo fratello e disse ,serio "E va bene, porco Giuda, ma sparisci prima che mamma e papà ti vedano...gli dirò che la moto la andiamo a ritirare insieme domani mattina..." "Sei grande, fratello! Ti devo un favore!" esclamò felice Gianma. "Se è per questo me ne devi almeno una dozzina..." rispose sbuffando Alberto.
Mentre saliva i gradini verso la sua camera, Alberto udì il rombo del motore in fondo alla via e sorrise pensando a Gianma e Marina. Voleva bene a suo fratello, erano molto uniti, anche se si stuzzicavano sempre; spesso, quando Alberto suonava, Gianma gli suggeriva dei testi per le canzoni. Erano più che fratelli, erano amici. Spesso un fratello ti tocca, non lo puoi scegliere, e ci devi stare assieme perché sei obbligato, mentre un amico te lo scegli e ci stai assieme perché ti piace, a questo pensava Alberto mentre chiudeva la porta della sua camera.
Gianma attraversò tutta la città sul suo nuovo bolide. Sentiva la moto ruggire sotto di lui come una tigre, provava ad accelerare e a frenare di continuo, si guardava riflesso sulle vetrine e si sentiva un dio a cavalcioni di un tuono.
Fuori era già scuro; aveva chiamato Marina per avvisarla che alle otto sarebbe stato sotto casa sua.
Verso le sette e un quarto parcheggiò la moto sotto la casa di Mauro e gli suonò il campanello. "Chi è?" gracchiò il citofono. "Sono Gianma. Scendi con la bimba, ho qualcosa da mostrarvi.". Quando Mauro e la piccola Lisa uscirono dal portone restarono esterefatti di fronte alla moto. "E' proprio bella, amico. I tuoi t'hanno fatto un gran regalo". Gianma prese Lisa in braccio e le disse "Hai visto? Lo zio ha un giocattolino nuovo!". La bambina rise e lui cominciò a prenderla in giro e a farle il solletico, mentre Mauro faceva un giro di prova sulla moto.
Quando si salutarono erano le otto meno un quarto e Gianma era già in ritardo, sgommò e suonò due volte il clacson mentre Lisa lo salutava agitando la mano. "Marina farà un colpo quando lo vedrà in moto" pensò ad alta voce Mauro, mentre si chiudeva il portone.
"Otto meno dieci", pensava nervosamente Gianma, in sella alla sua moto, fermo ad un semaforo rosso del centro. Cominciava a piovere. "In questa città ci sono troppi incroci" disse a bassa voce, mentre rimetteva in moto il suo bolide. Pensò agli occhi di Marina, allo sguardo che avrebbe avuto quando l'avesse visto con la moto, e accelerò. Accelerò al dare la precedenza, "...Tanto non c'è nessuno a quest'ora...", accelerò al passaggio a livello, "...sono in ritardo...", accelerò al semaforo rosso, "...lei mi sta aspettando...", accelerò e, nella curva dopo lo stop, si trovò di fronte la morte, travestita da tir, che lo travolse.
Lo schianto fu impressionante. Chi lo vide, per lungo tempo non poté dimenticarlo. Il paraurti del camion sbalzò la moto a 50 metri di distanza e il corpo di Gianma fu stritolato dalle ruote. Il camionista non lo poté evitare "E' sbucato fuori all'improvviso, io, ... l'avete visto tutti no?" gridava piangendo ai passanti.
Quando Berto mise giù il ricevitore, pensò che Dio era pazzo. Doveva essere pazzo se aveva permesso che accadesse. Come ipnotizzato, senza dire una parola di spiegazioni alla madre, uscì e montò in macchina ripetendosi quelle tre parole, ossessivamente. "Dio è pazzo." "Dio è pazzo".
Quando giunse sul posto rimase accecato dai lampeggianti della polizia, poi scorse a terra il corpo irrigidito di suo fratello, con i vestiti imbrattati di sangue. Sentì il cuore lacerarsi in due e si avvicinò a passi lenti. Gli si inginocchiò a fianco e gli abbracciò la testa. "Parlami" pensava, "Parlami, Gianma", diceva al volto immobile del fratello, "Dimmelo, dimmelo, cazzo, che mi stai prendendo per il culo, che non è vero tutto questo...". Le prime isteriche lacrime gli scesero sulle guance mentre premeva il viso del fratello sul suo: le labbra senza vita di Gianma erano fredde, contro le sue guance calde, bagnate dal pianto.
Mentre gli agenti lo portavano via gridava "Non posso, Gianma, lo capisci che non posso accettarlo? Proprio non riesco ad accettarlo, cazzo, non puoi morire così! Riesci a capire che noi... noi non possiamo lasciarti morire in questo modo, su questo pavimento, il giorno prima del tuo compleanno!" . Gli agenti lo portarono qualche metro più in là, cercando di calmarlo. La pioggia cadeva, e Berto pensò che era il non poter far niente che lo faceva impazzire, l'ineluttabilità della morte lo lacerava in due.
A qualche metro dal luogo dell'incidente, incuranti del dolore, le illuminazioni sui palazzoni auguravano Buon Natale ai passanti.

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Data ultimo aggiornamento: 2000-01-07
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