Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 255

GORDON BRUSCHETTA (alias Piana, Marco) (Grottaferrata, ROMA)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

Enola Gay (Electric light orchestra)

Enola Gay, you should have stayed at home yesterday
Oho words can't describe the feeling and the way you lied
These games you play, they're gonna end it all in tears someday
Oho Enola Gay, it shouldn't ever have to end this way
It's 8.15, and that's the time that it's always been
We got your message on the radio, conditions normal and you're coming home
Enola Gay, is mother proud of little boy today
Oho this kiss you give, it's never ever gonna fade away
Enola Gay, it shouldn't ever have to end this way
Oho Enola Gay, it shouldn't fade in our dreams away
It's 8:15, and that's the time that it's always been
We got your message on the radio, conditions normal and you're coming home
Enola Gay, is mother proud of little boy today
Oho this kiss you give, it's never ever gonna fade away

Traduzione:

Enola Gay, saresti dovuta rimanere a casa ieri,
Oho, le parole non possono descrivere il sentimento e il modo in cui tu hai mentito.
Questi giochi che fai, finiranno tutti in lacrime un giorno o l'altro,
Oho Enola Gay, non sarebbe dovuta finire in questo modo.
Sono le 8.15, ed è l'ora che è sempre stata,
Abbiamo ricevuto il tuo messaggio alla radio, le condizioni sono normali e
tu stai tornando a casa.
Enola Gay, la mamma è orgogliosa del suo giovanotto oggi,
Oho, quel bacio che hai dato non sbiadirà mai.
Enola Gay, non sarebbe dovuta finire in questo modo.
Oho, Enola Gay non dovrebbe sbiadire nei nostri sogni.
 

Testo del racconto:

Il bacio dell'Enola Gay

Enola Gay si alzò dal letto quando la luce del sole divenne troppo forte per poter continuare a fingere di ignorarla. Rimase a gironzolare per casa in vestaglia, mentre un'inquietudine sempre maggiore prendeva possesso di lei. Certe madri le percepiscono, le inquietudini dei figli, anche se un intero oceano li divide. Ed Enola Gay era certa di non sbagliare. Lanciò un'occhiata all'orologio a pendolo in salotto e fece un rapido calcolo: dall'altra parte del Pacifico dovevano essere le tre di notte, l'ora giusta per gli attacchi notturni alle basi militari giapponesi. Doveva trattarsi di quello, allora, un'altra missione.
Il suo Paul era colonnello, nientemeno, dell'Aeronautica, nel 509 gruppo di bombardieri di stanza a Tinian, nelle isole Marianne. Aveva un aereo tutto suo, figurarsi, il suo Paul, e come lo aveva chiamato? Enola Gay, sissignori, proprio come sua madre, ché il suo giovanotto era uno che aveva ben chiari quali sono i valori di un buon americano, la patria e la famiglia, che ce ne sarebbero voluti altri di soldati come lui, e di certo questa dannata guerra sarebbe finita molto prima.
Riprese in mano la lettera che le era arrivata il giorno prima. Paul non dimenticava mai di scriverle ogni settimana, anche se negli ultimi tempi la censura militare sembrava avergli creato un bel po' di difficoltà. Strana, quell'ultima lettera, però. Tutta piena di cancellature, e sgorbi, e macchie, così sintetica, e poi con quella frase, messa lì, alla fine, prima della firma: "Abbi fiducia in me, mamma, ancora qualche giorno e forse avrò la possibilità di vincerla da solo, questa guerra".
Cosa avrà voluto dire, poi? Lo sapevano tutti, che l'invasione del Giappone sarebbe cominciata non prima di ottobre, e che ci sarebbero voluti più di un milione di uomini. Quei dannati musi gialli non si sarebbero mai arresi, li avrebbero dovuti uccidere tutti, e ci sarebbe voluto forse ancora un anno per arrivare all'armistizio. Quei dannati musi gialli, che con la loro ostinazione le tenevano il figlio così lontano da casa.
Nella busta, insieme alla lettera, Paul le aveva mandato una sua foto, in uniforme, con il suo bello sguardo sincero e il sorriso di uno che sa il fatto suo. Gliel'avrebbe fatta vedere lui, ai Giapponesi, così come aveva bombardato gli italiani sulla linea gotica e i nazisti a Dresda, solo pochi mesi prima. Erano due anni che suo figlio con il suo aereo bombardava città in mezzo mondo, eppure non bastava ancora. Baciò la foto, lasciando un'ombra di rossetto sulla carta. La donna si diede della stupida. Avrebbe dovuto prestare più attenzione.
Tutto ad un tratto desiderò soltanto che questa maledetta guerra finisse davvero, e che il suo Paul tornasse finalmente a casa. Provò a tornare a letto, ma l'agitazione le impedì di riaddormentarsi.

Era il 6 agosto 1945, e il colonnello Paul W. Tibbets era il pilota prescelto. Teneva le mani saldamente sui comandi del suo aereo, mentre il navigatore al suo fianco lo guidava lungo la rotta. Erano partiti alle tre di notte dalla base, e ora il sole era spuntato già da un pezzo, e ormai avevano superato la costa del Giappone. Ancora pochi minuti e sarebbero arrivati a destinazione. Fortuna che la contraerea era stata distrutta da tempo, o il suo pesante B-29 ne sarebbe stato facile preda, nonostante l'imponente schieramento di caccia che lo scortavano.
Ricontrollò di nuovo la strumentazione. L'aereo, il suo aereo, quello che portava il nome di sua madre, si stava comportando proprio bene, quaranta missioni di bombardamento e neanche un guasto. E quei cervelloni dei generali gli avevano detto che se tutto fosse andato bene anche questa volta, non ci sarebbero state altre missioni da compiere, che la guerra sarebbe finita.
Gli avevano detto che a lui, a lui solo, era stato conferito un potere che era secondo solo a quello di Dio, il potere della luce accecante, del calore ardente e della pioggia mortale. E lui quel potere l'avrebbe usato per fare terminare la guerra.
Pensò alla pace... pensò a sua madre e a quanto avrebbe voluto tornare a casa e rivederla, e dirle tutto quello che nelle sue lettere non aveva trovato posto. Pensò che sarebbe stato bello se la guerra fosse finita davvero.
Le otto e quindici. Adesso stavano sorvolando la città. Gli avevano detto che doveva sganciare la bomba proprio al centro dell'abitato. La bomba lui l'aveva chiamata 'Little Boy', giovanotto, ripensando a come lo chiamava sempre sua madre, e si chiese se sua madre sarebbe stata orgogliosa di sapere che il suo giovanotto aveva vinto la guerra.
Era il momento del bacio dell'Enola Gay. Diede l'ordine di rilascio. L'aereo, alleggerito di cinque tonnellate in un istante solo, si impennò improvvisamente, ma per il colonnello Paul Tibbets fu un gioco da ragazzi ripristinare l'assetto corretto.
La luce che si sprigionò alle sue spalle colorò tutto il cielo di bianco per parecchi secondi, e dietro alla visiera scura le palpebre del pilota si chiusero istintivamente a protezione degli occhi.
"Qui Enola Gay. Missione compiuta. Torniamo alla base".
Gli dispiacque un po' di non potersi godere lo spettacolo che si era lasciato alle spalle. I cervelloni gli avevano spiegato che il fungo che si sarebbe innalzato dalla città sarebbe stato alto due miglia, e doveva essere certo un bello spettacolo. D'altronde gli ordini erano chiari, tornare immediatamente indietro. Paul Tibbets pensò ai musi gialli inceneriti e sogghignò.

Midori significa verde in giapponese. Suo padre l'aveva chiamata così perché era nata in maggio, il mese delle foglie verdi.
Suo padre era morto cinque minuti prima. Midori lo aveva vegliato fino all'ultimo istante, fino a che l'infezione provocata da una ferita di guerra curata male non se lo era portato via. Una scheggia di granata gli era penetrata nel costato e all'ospedale da campo dove era stato ricoverato avevano terminato i disinfettanti. Le avevano detto che è normale che in guerra succedano queste cose.
Suo padre era morto da cinque minuti e lei aveva tutta una vita da vivere.
Ma Midori pensava che la guerra durava da troppi anni, ormai, e che tante persone erano morte, e che non sarebbe stata capace di arrestare le lacrime che le stavano scendendo sul viso finché la guerra non fosse finita.
Suo zio l'aveva fatta venire a Hiroshima perché era un città più sicura di quella dove vivevano prima, le aveva detto che gli aerei americano non sarebbero venuti fino a qui, perché non c'era nessuna installazione militare da bombardare. Midori credeva a suo zio, e quindi si stupì nell'udire in lontananza il rombo di uno stormo di aerei.
Gli aerei americani le passarono sopra ad altissima quota, e puntarono verso il centro della città. La ragazza corse alla finestra e vide tutto: vide che sganciarono una bomba, una sola, e poi se ne andarono. Vide la bomba e la seguì nella sua caduta verso terra, e vide la luce che la accecò nel momento in cui essa esplose. Sull'epicentro la temperatura della palla di fuoco raggiunse i 500.000 gradi, e l'onda d'urto partì verso la periferia con una velocità di centro metri al secondo.
Le lacrime furono le prime ad evaporare. Un millesimo di secondo più tardi l'intero corpo di Midori vaporizzò, lasciando solo un'ombra sul muro.
Insieme a lei morirono altri 122.337 civili, e altri 79.130 portarono per tutta la vita i segni dell'esplosione di quell'unica bomba. Un altro ordigno simile esplose su Nagasaki tre giorni più tardi. Il Giappone firmò l'armistizio e il colonnello Paul Tibbets poté tornare da eroe a riabbracciare la madre negli Stati Uniti.

Data ultimo aggiornamento: 1999-01-14. Webmaster
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