Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 286

GRECO, SILVIA (TORINO)

Testo della canzone
Testo del racconto

Testo della canzone:

Ultimo canto di Saffo (Roberto Vecchioni)

Veramente vorrei essere morta.
Lei mi lasciava in affannoso pianto
molte cose dicendomi, e anche questa:
"Come soffriamo atrocemente, o Saffo.
Io ti lascio davvero controvoglia".
Ma io le rispondevo: "Va` serena
e, soltanto, ricordati di me".
Tu sai quanto ti ho amata. Se dimentichi,
io voglio invece sempre ricordare
i momenti più belli che vivemmo.

 

Testo del racconto:

Isola stretta

Aveva ragione lei, col suo fuoco sottile per la pelle. Aveva ragione lei, con le vene che pulsavano di sangue e lacrime. Aveva ragione lei, che ancora la traducono dal greco antico, e si sentono nelle pagine le sue urla come da dietro una finestra socchiusa. E la penombra strazia ancora di più, come una miopia che sfuma il dolore nei contorni e lo restituisce gigante. Gigante che non ci sta tutto in quell'isola stretta, che non ce ne sta neanche metà.
Amnesia, ci vorrebbe un'amnesia per attutire il rimbombo sordo dei giorni strappati ad un amore impossibile, un amore da coltello sotto il cuscino, da mani a stringere il collo fino a fare le guance violacee e il respiro un filo affannato. Ma non sono concesse le amnesie su commissione, neanche a pagar fior di quattrini, e allora, lei come me, noi si scrive sulle isole come appollaiate su panchine, e il mare sotto che quasi le sradica. E si finge di essere grandi, come quelli che un occhio lo tengono chiuso a trattenere la disperazione ma l'altro lo strizzano anche al peggior nemico. (E ne esce una luce come di santità).
I clementi, ci chiamano, quelli che perdonano il male e lo vivono bene, quelli che non si vendicano e nemmeno pensano di farlo, e un po' piangono, ma senza farsi accorgere. E non capiscono, ma neanche chiedono perché, che tanto è inutile. Perdonano e basta, e urlano "non dimenticarmi!", come se non restasse altro da fare, e poi il vuoto che gli resta nelle viscere, il groviglio e il tormento e` un fatto squisitamente loro, che si gestiscono come una partita a pocker e le mutande in palio. Ma gli assi nella manica li nascondono anche loro, e li tirano fuori al momento giusto, e con le dita come morsi nervosi riordinano le fiches in pile altissime. Con un piccolo imbroglio, da perdenti si può diventare vincenti, ma bisogna partire da insospettabili per evitare gli occhi puntati addosso e agire in tutta tranquillità. Un clemente nessuno lo tiene d'occhio mentre infila la mano nella manica e tira fuori la carta. Fa addirittura un po' invidia vederlo rilanciare e tirare a se` mucchi di fiches come briciole dal tavolo.
Io e lei, noi adesso siamo in coda al banco a cambiare le fiches, e nella notte chiara, quella che precede di poco l'alba, ci scambiamo i ricordi sottovoce, che` nessuno ci senta. Si confida come con una vecchia amica, nonostante l'incredibile differenza di età: Eros mi squassa il cuore, come vento/ che sulle querce d'alto monte piomba. Non posso fare altro che annuire con la testa, mentre sfoglio il suo dolore come pagine di marmo. E lei la capisco, perché come me è perdente, o falsa vincente. Apro l'occhio che tenevo serrato e libero tutta la disperazione, che si schianta sui suoi versi e ne prende la forma, il pianto. E quasi la vedo sorridere, adesso, che sa che io so, che sa che anch'io ci sto stretta nell'isola, e che anch'io ho spinto, alla fine, per una serenità non mia. "Siamo costrette o nell'isola o dentro la gabbia della memoria", penso piano per non disturbare il suo attimo di sorriso.
E mentre lei fa per incamminarsi dentro la sua gabbia sull'isola stretta, urlo la terza via, splendente come un'ipotesi futura: Amore di nuovo m'assale. Amore che scioglie le membra,/ dolceamara invincibile fiera.
Mi infilo in tasca il piccolo libro vecchio di troppi secoli e me ne torno al tavolo verde: mi giocherò gabbia e isola, ma senza asso nella manica.


Data ultimo aggiornamento: 1999-09-15. Webmaster
URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/1998-1999/racconti/racconto286.htm