Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

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Codice racconto: 145

MATTEO GAMBARO (Lido di Venezia, VE)

Canzone ispiratrice: "L'ultimo bacio" (Carmen Consoli)

Testo del racconto: "Ricordi"

Una cosa, ancora un’ultima cosa prima di andarmene.

La felicità stava diventando così rara nelle mie giornate che ogni attimo di gioia diventava un momento indimenticabile della mia esistenza.
A volte avevo l’impressione che certi gesti, determinate esperienze che creavano in me felicità restassero impresse nel tempo come in una fotografia: erano i ricordi che quotidianamente mi aiutavano a sopportare il grigiore della vita, la monotonia e la pesantezza dell’essere uomo.
Fu così che, come risvegliandomi da un sonno di quindici anni, ebbi la sensazione di trovarmi all’interno di una vecchia pellicola in bianco e nero, protagonista di un film visto decine di volte.
Il viale era innevato e i miei piedi imprimevano sul tappeto bianco i segni del mio passaggio, l’aria che usciva dai miei polmoni si condensava in piccole gocce di vapore, il cielo era coperto di nuvole cineree che sembravano dover esplodere da un momento all’altro ridondando di neve la città, l’unica compagnia era un forte vento che tagliava le labbra così come venivano tagliati i ricordi che mi si accumulavano velocemente nella mente per poi essere spazzati via nuovamente dal vento, come un castello di sabbia distrutto dalle onde del mare: l’inverno sembrava essere al suo apice in quella triste giornata.
Alla seconda trasversale a sinistra dovevo girare, lo ricordavo ancora, la vecchia botteghina era al numero cinquantadue... anzi no, al cinquantasei: i miei pensieri in quel momento erano piuttosto confusi, ghiacciati dal freddo e sgretolati dalla frenesia di rivedere una cara amica.
Infine eccolo il vecchio palazzo che per anni ho continuato a sognare: al piano terra c’era ancora la piccola libreria con la vetrinetta sporca di neve, al primo piano, invece, risuonavano i violini in una melodia accompagnata dalla voce argentina della maestra francese di danza. Ma a me personalmente lei non importava, non ha mai importato.
La porta in vetro smerigliato era oscurata anch’essa dal nevischio, che però non impediva di leggere il cartello rosso con la scritta "CHIUSO" in bianco: no, non poteva essere chiuso, non per me.
Con la manica del cappotto pulii una parte della vetrina per scrutare all’interno; venni subito pervaso dall’antica sensazione di calore accogliente ma non mi stupii di trovare il negozio completamente buio e le librerie coperte di polvere e ragnatele, compresi i pochi volumi rimasti.
Feci per andarmene ma fu in quel momento che la rividi, dopo tanti anni.

Simone era inginocchiato e stava riallestendo la vetrina con i nuovi best sellers consegnati quella mattina.
            - Ehi Capo, c’è uno fuori che sta guardando dentro il negozio.
Maurizio, ormai abituato ad essere chiamato scherzosamente Capo, alzò lo sguardo dalle parole crociate a schema libero.
            - E che c’è di male? Mica è vietato.
            - C’è che sta bloccando la porta, quindi o entra o lo caccio via a pedate quell’ubriacone.
            - Fa’ un po’ come ti pare, basta che non dai fastidio ai clienti. - e lui si mosse in un’atmosfera intrisa dall’odore di carta stampata misto a quello della rosticceria del piano superiore.

Lei era l’apoteosi della mia felicità: si voltò verso di me, lentamente, ed il suo sguardo scintillante rappresentò il primo raggio di sole che raggiungeva la superficie del mio cuore dopo anni di pioggia senza fine.
Il mare dei ricordi travolse la mia mente con tutta la sua potenza e rividi il bambino che fui passare interi pomeriggi fra quelle vecchie mura, immerso nella lettura di storie avventurose per amore della giovane libraia, la stessa ragazza che ora si stava avviando ad aprirmi la porta di una vita già vissuta.
Lei spalancò la porta a vetro e si fermò sulla soglia: con lo sguardo sprofondai nei suoi occhi e l’Universo sembrò distruggersi e ricrearsi nuovamente alla velocità di un respiro.
            - Non sei cambiata per niente. - le sussurrai timidamente.
Lei non rispose ma appoggiò le sue tiepide labbra, rosse, umide, carnose, sulle mie con tutta la dolcezza che aveva nel cuore: sentii il tempo fermarsi.

La porta venne spalancata.
            - Mi scusi, sta bloccando l’entrata. - disse Simone all’uomo fuori dal negozio.
Quest’ultimo non mosse un muscolo e rimase a fissarlo trasognante negli occhi, come se il freddo lo avesse paralizzato: proprio in quel momento il libraio si rese conto di essere esposto al gelido vento invernale e, spazientito, si rivolse nuovamente all’uomo.
            - Senta signore, fa un freddo cane. Se non vuole entrare se ne vada, ma non resti qui davanti.

L’uomo allora guardò le nuvole grigie gonfie di neve e si accinse ad entrare.

            - Sei proprio come ti ricordavo.
Fu una frase piuttosto stupida, mi resi conto poi: perché avrebbe dovuto cambiare?
Io non mi aspettavo che lei e lei mi era apparsa davanti, bella e triste come l’ultima volta che la vidi, tanti anni fa, in quel pomeriggio piovoso prima di partire per una terra straniera, dove una casa fredda e sconosciuta, in una città ostile, attendeva l’arrivo della mia famiglia.
Colma di tristezza fu la mia ultima lacrima ed altrettanto amaro fu il suo ultimo sorriso: ora lei era al mio fianco ma eravamo entrambi avviluppati da un’atmosfera di malinconia che da lungo tempo aleggiava in quelle stanze.
Mi voltai verso di lei e mossi le labbra per dirle ciò che stavo provando, ma ella era in grado di leggere nel mio cuore e appoggiò il suo indice sulle mia bocca per costringermi al silenzio, in rispetto di quel luogo marchiato dai nostri ricordi.
La osservai per attimi interminabili, mentre stringeva la mia mano con la sua, e per la prima volta ebbi l’impressione che lei non fosse altro che l’immagine di un mio vecchio ricordo impresso indelebilmente nello spazio e nel tempo; i fantasmi della mia mente, signori incontrastati della notte, stavano prendendo forma in quel luogo a me così caro.
Era sogno tutto ciò? Era la dimensione onirica, sepolta nella mia mente, delle nostre vite passate?
Che fosse vero o soltanto frutto della mia mente bisognosa di felicità, per me era poco importante: ra lei era con me e potevamo unire la diversa musica dei nostri cuori in un’unica melodia armoniosa, messaggera di gioia e amore.
Così la mia dolce compagna, la cui bellezza rimase immutata negli anni, mi guidò verso il vecchio, polveroso retrobottega, dove da bambino lei mi insegnò cos’era la fantasia e come la si poteva cavalcare senza sopprimerla, dominandola.
Ora, nella magia delle mie reminiscenze, stavo attraversando la soglia del passato per rimanervi imprigionato per sempre, insieme ai fantasmi della mia felice infanzia e giovinezza, mano nella mano con la mia unica gioia di vivere, il cui destino ferocemente separò per poi riunire.

Maurizio, l’anziano padrone della libreria, non fece caso all’uomo in cappotto che stava passando lentamente fra gli alti scaffali colmi di libri; c’erano anche altri clienti nel negozio, perché quello avrebbe dovuto essere particolare?
Stava facendo le parole crociate, ma stranamente non riusciva a concentrarsi.
L’occhio gli cadde sulla fotografia incorniciata sopra il bancone di sua figlia, morta molti anni addietro di una malattia che la fulminò in pochi mesi: i dottori cercarono di fargli capire ma lui non voleva sapere, non voleva capire, rivoleva solo la sua bella figlia, anche a costo di sacrificare la sua anima per ridarle la vita una seconda volta.
Perché mai avrebbe dovuto osservare quell’uomo un tempo conosciuto e domandarsi perché sembrava così assente dalla realtà? Ci avrebbe pensato Simone a tenerlo d’occhio.
L’uomo allampanato si aggirava per il negozio con gli occhi stralunati, sembrava fissare il nulla e tendeva il braccio come se stesse stringendo amorevolmente la mano di un bambino, o di una ragazza: un’anziana cliente venne spaventata da quell’inusuale comportamento e uscì dalla libreria, ma Simone si avvicinò a lui solo quando lo vide dirigersi lentamente verso il retrobottega.
Quando l’uomo si bloccò sulla soglia, Simone corse con il braccio teso per afferrargli la spalla, con l’intenzione di cacciarlo dal negozio, ma la sua mano passò completamente attraverso il suo corpo come se stesse cercando di afferrare l’aria davanti a sé.
L’uomo non si volse ma la sua immagine iniziò ad affievolirsi lentamente, fino a scomparire: in quel preciso istante, il vecchio Maurizio ebbe l’impressione che gli occhi di sua figlia in fotografia risplendessero per qualche attimo, scintillando di una gioia malinconica e scaldandogli il cuore.

Maurizio non capì ma il mondo intero sembrò naufragare in un mare di ricordi.

 

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URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/iniziative/giovani/parolenote/2000-2001/racconti/racconto145.htm
Data ultimo aggiornamento: 2002-07-15.
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