Biblioteca Comunale "Renato Fucini" - Empoli

[Linea]

| Home page | Indice | Reanet | Programma del Seminario |

Riccardo Ridi
Scuola Normale Superiore di Pisa

Immagine (190 Kb)

 

Biblioteche in rete e biblioteche virtuali [1]

Da sempre, anche prima dell'avvento dell'elettronica, quando si parla di biblioteche in rete oppure di reti di biblioteche, stiamo parlando di biblioteche virtuali. Perché? Non è questione di informatica, perché informatica e telematica sono soltanto le forme in cui attualmente si incarna una idea ben più antica. L'idea per cui, di fronte a un insieme di biblioteche collegate fra loro, abbiamo qualcosa che è maggiore della somma delle sue parti, un organismo, una entità (una meta-entità se si preferisce), che permette agli utenti di ciascuna biblioteca componente di accedere ai documenti posseduti (e talvolta di usufruire dei servizi offerti) da tutti gli altri componenti e di sviluppare una coerenza complessiva delle collezioni e un livello di servizi impossibili e impensabili come mera somma algebrica di quelli prodotti dai singoli componenti.
La iper-biblioteca (o meta-biblioteca, consentitemi di giocare coi prefissi) risultante è una biblioteca virtuale che consente a ciascuna ipo-biblioteca reale della rete di mettere a disposizione dei propri utenti non solo il possesso della propria ipo-collezione ma anche l'accesso alla iper-collezione o meta-collezione complessiva.
A proposito della coppia accesso/possesso, così di moda, ricordiamoci che ciò che è accesso per qualcuno, alla fin fine è pur sempre possesso per qualcun altro. Non a caso, per fare un esempio, il British Library Document Supply Centre (BLDSC) che costituisce per certi versi l'incarnazione dell'idea stessa di accesso, è in fin dei conti una grande biblioteca dove vengono raccolti centinaia di migliaia di documenti, posseduti in originale o in copia. Una enorme biblioteca senza utenti locali e con una grande quantità di utenti remoti: potrebbe essere considerata un nuovo tipo di biblioteca virtuale, fisicissima eppure inaccessibile se non da lontano, tramite posta elettronica o tradizionale. Però ho letto che di recente hanno aperto una porticina nei suoi bastioni e gli abitanti locali hanno ora accesso a una piccola reference room, con una dinamica inversa a quella a cui siamo di solito abituati.
Sempre a proposito di accesso/possesso, si parla sempre più spesso di e-journals e di altri documenti elettronici di cui non sarebbe più necessario possedere una copia, ma basterebbe avere accesso alla versione messa a disposizione in rete, gratis o a pagamento, dai rispettivi editori. Comunque questi documenti elettronici non sono immateriali, perché gli elettroni sono materia. Da qualche parte stanno, anche se su un server invece che su uno scaffale.
Col documento elettronico nasce il concetto di scaffale elettronico. Saranno gli scaffali elettronici degli editori, che magari non si preoccupano troppo di conservare e catalogare i documenti che vi vengono riposti; o gli scaffali elettronici delle biblioteche, preferibilmente cooperanti fra loro, che invece di conservazione e catalogazione se ne occupano eccome; ma sono comunque scaffali elettronici, che hanno bisogno di spazio, espresso in megabyte invece che in metri quadri. Spazio di memoria invece che fisico, ma alla fin fine anche fisico, oltre una certa misura.
Anche i periodici elettronici hanno bisogno di gestione, di catalogazione, di cura. Certo, non dovranno essere rilegati, ma restaurati ogni tanto magari sì. Ogni tot anni andranno spostati da un supporto elettronico ad un altro perché quelli vecchi diventano man mano obsoleti [2].
Quindi non è che i problemi da biblioteconomici diventino informatici. No. Restano problemi biblioteconomici, che di volta in volta si appoggiano, per trovare delle soluzioni, alle tecnologie che il momento mette a disposizione. In questo momento la tecnologia vigente, al novanta per cento, è l'informatica, e quindi centriamo i nostri discorsi su quella, ma stiamo attenti a non invertire mezzi e fini.

 * * *

In questa ottica, vorrei provare a proporvi alcuni nomi, testando in pubblico alcune scelte terminologiche fatte insieme a Fabio Metitieri in un libro che sta per uscire presso Apogeo [3], in modo di provare a piazzare dentro questa griglia alcune delle cose che sono state dette stamani. Ovviamente si tratta solo di una delle possibili griglie concettuali della materia, di una delle possibili sistematizzazioni, di uno dei possibili "ordini dei libri elettronici". C'è ancora molto movimento in giro, e la terminologia è pionieristica, se non a volte addirittura avventuristica. Le stesse cose vengono chiamate in modi diversi. I termini nascono e muoiono con grande velocità.

Biblioteca virtuale. E' una parola di grandissima moda, ma è difficile, secondo me, oserei dire impossibile dargli un contenuto semantico preciso, dire: questa è una biblioteca virtuale e questa invece non lo è. Si tratta di una famiglia di concetti, che ha al suo interno tante cose. Vediamo insieme quelle principali:

Bibliografia. Ogni bibliografia, ovvero ogni elenco di documenti descritti senza riguardo per la loro localizzazione fisica, costituisce in un certo senso, minimale, una "biblioteca virtuale", ovvero una collezione solo ideale, astratta, di documenti.

Biblioteca multimediale. Detta anche mediateca. E' una biblioteca "materiale", in cui tutti gli innumerevoli media (analogici e digitali, inclusi quelli disponibili su reti locali di cd-rom come Ultra*Net - citato stamani - e quelli raggiungibili via Internet) prodotti dalla tecnologia contemporanea vengono conservati, catalogati e messi a disposizione degli utenti che si recano fisicamente oltre le sue mura.
Paradossalmente uno potrebbe avere una biblioteca multimediale piena, di documenti elettronici multimediali, dove sullo scaffale (ancora per metà elettronico e per metà fisico) sono disposti uno accanto all'altro un libro su Gustav Klimt, una videocassetta su Klimt, un cd-rom su Klimt, un collegamento Internet ai web dedicati a Klimt, un periodico elettronico su Klimt e tutti gli altri supporti possibili e immaginabili su quell'argomento, il tutto catalogato con schede cartacee. Perché no?. Non è detto che l'elettronificazione, la virtualizzazione della collezione vada sempre di pari passo con la virtualizzazione della gestione. E quindi nella sequenza terminologica c'è ancora da considerare l'aspetto della gestione, del catalogo.

Biblioteca elettronica. Detta anche biblioteca automatizzata o informatizzata. E' una biblioteca "materiale", in cui la catalogazione e la gestione dei documenti messi a disposizione degli utenti viene integralmente effettuata dai bibliotecari su computer, grazie a un catalogo elettronico (OPAC) e ad altri software.

Eccoci dunque giunti all'OPAC. Parola magica, taumaturgica, che è stata - da sola o con vari prefissi - al centro di tutta la giornata odierna. Si dice OPAC, e ormai si pensa all'OPAC in rete, all'OPAC remoto, all'OPAC in (o su) Internet. OPAC uguale Internet. Non è detto. Un OPAC può anche essere un catalogo interrogabile solo in loco. Anzi, è importante ricordarsi che la biblioteca è il punto di accesso privilegiato all'universo informativo per una determinata utenza, che può essere ritagliata su base geografica (i cittadini di un certo territorio) o su base disciplinare (gli studiosi di quella disciplina), ma che ha sempre una audience specifica. Ciascuna biblioteca ha sempre un suo pubblico, perché le biblioteche realmente realizzate e realizzabili - materiali o virtuali che siano - non sono mai biblioteche universali, non offrono e non potranno mai offrire l'accesso globale a tutti i documenti esistenti da parte di tutti gli utenti possibili.
La biblioteca è sempre la biblioteca per qualcuno, la biblioteca di qualcosa. E quindi l'OPAC è soprattutto l'OPAC locale; l'accesso principale ai documenti disponibili più velocemente, quelli che sono già a portata di mano, quelli che permettono di "portare a compimento il lavoro" senza "gettare la spugna", come ha detto stamani Maria Stella Rasetti citando Norman A. Donald. Quindi, continuando la nostra carrellata:

OPAC locale. E' il catalogo elettronico della biblioteca elettronica del punto precedente, disponibile per la consultazione esclusivamente agli utenti che si recano fisicamente oltre le mura della biblioteca stessa.

OPAC remoto. Lo stesso catalogo, ma reso interrogabile via Internet agli utenti remoti di tutto il mondo, senza bisogno di recarsi fisicamente presso la biblioteca.

Fin qui i cataloghi di singole biblioteche, ma esistono anche, grazie a Dio, i cataloghi collettivi. In ambiente cartaceo il catalogo collettivo tipicamente era un catalogo cooperativo in cui, o a priori, perché c'è una vera e propria catalogazione centralizzata, o a posteriori, attraverso procedure più o meno articolate di deduplicazione e "schiacciamento", c'era comunque un momento in cui varie biblioteche lavoravano insieme per produrre una serie di record bibliografici unici per ciascun documento, a cui venivano agganciate le segnalazioni del cosiddetto "posseduto", ovvero le localizzazioni dei vari esemplari del documento conservati presso le biblioteche cooperanti.
Oggi, in ambiente elettronico, questo aspetto cooperativo non è più così ovvio, almeno non in questi termini. Non è detto oggi che un catalogo di più biblioteche sia per forza un catalogo collettivo integrato, con una cooperazione "forte", a priori o a posteriori. Si sono aperte nuove possibilità, come quella offerta dai cosiddetti cataloghi collettivi cumulati, in cui il livello di cooperazione è più "debole", al punto talvolta di scomparire completamente:

OPAC collettivi integrati. Sono i "veri" cataloghi collettivi elettronici, eredi elettronici dei migliori cataloghi collettivi cartacei. Più OPAC vengono riversati a posteriori in uno solo e "schiacciati" l'uno sull'altro oppure già fin dall'inizio ciascuna biblioteca cooperante alimenta con la catalogazione partecipata un unico OPAC collettivo. In entrambi i casi per ciascun documento si ha una sola descrizione bibliografica, collegata all'indicazione delle biblioteche che ne possiedono almeno un esemplare, con le rispettive collocazioni. Cataloghi di questo tipo sono i migliori sia per gli utenti, che non rischiano di essere sepolti da una valanga di "doppioni" identici fra loro oppure catalogati in modo lievemente diverso, che per i bibliotecari, che possono utilizzarli per evitare di catalogare ex novo un documento se scoprono che è già contenuto nel relativo catalogo collettivo, limitandosi a notificare di possederne un altro esemplare, aggiungendone la collocazione. La qualità però costa, e infatti questo tipo di cataloghi collettivi è il più difficile da realizzare, perché richiede un notevole sforzo in termini di cooperazione fra biblioteche e soprattutto in termini di risorse umane per la continua manutenzione delle descrizioni bibliografiche e degli authority files delle intestazioni.

OPAC collettivi cumulati. Costituiscono una soluzione più economica ma meno efficiente al problema appena accennato. In questo caso gli archivi di più OPAC vengono riversati a posteriori in uno solo, senza effettuare lo "schiacciamento" delle schede identiche in una sola descrizione bibliografica. Il risultato sono ingenti archivi (delle cui dimensioni sarebbe inappropriato andare orgogliosi), zeppi di documenti catalogati anche decine di volte, talvolta con schede identiche e talvolta con varianti più o meno macroscopiche che rischiano di creare dei veri e propri "fantasmi" bibliografici.
Non è escluso che un OPAC nato in una categoria vi rimanga fino alla morte. Ad esempio Rea.Net è appena nato come OPAC collettivo cumulato, ma già si prevede una futura trasformazione in OPAC collettivo integrato.
L'informatica ci dà la possibilità di creare, a costi contenuti, delle mere cumulazioni, dai vantaggi limitati ma pur sussistenti. In ambiente cartaceo era difficile poter pensare di prendere tre cataloghi diversi e cumularli insieme, benché a livello di schede a volte sia stato fatto anche questo. L'importante è non farsi troppe illusioni sulla efficacia di tali cumulazioni meccaniche e non investirci troppo tempo e denaro. Come diceva già nel 1980 Alfredo Serrai "la capacità di riunire, col sussidio dei mezzi elettronici, notizie catalografiche provenienti da strutture bibliografiche differenti e di destinarle ad un ammasso collettivo può venire teoricamente esercitata; ma, in quanto si ignorano i processi di selezione che intervengono nel momento stesso in cui nasce la ricerca bibliografica, cioè con l'avviamento in quel settore e in quella direzione nei quali operano i nostri interessi, rimane vana l'intenzione di trarne la somma dei benefici bibliografici delle singole raccolte di origine. Il catalogo collettivo risultante potrà certamente essere una lista di confronto ma per un solo elemento di individuazione, di solito quello del nome dell'autore; mentre perderebbe ogni altra di quelle virtù e facoltà euristiche che sono parte integrante della ricchezza informativa delle strutture bibliografiche già orientate verso la ricerca" [4].
Stiamo attenti però a non fossilizzarci nella classica contrapposizione che automaticamente si fa: da una parte catalogo collettivo cumulato uguale veloce e poco costoso, ma di qualità scadente; dall'altra parte catalogo collettivo integrato uguale difficile e costoso, ma di buona qualità. Non è detto. Esistono anche OPAC collettivi che sono riusciti a prendere il peggio delle due opzioni. Speriamo che in futuro sia possibile anche ottenere il meglio delle due opzioni.
C'è poi un altro protagonista della giornata di oggi, che tuttavia non è stato neppure nominato. Il progetto illustrato da Beppe Romano, se non erro e se non vengo smentito in questo momento, è in sostanza un metaOPAC, anche se questo termine non è mai stato utilizzato durante la relazione.

Meta-OPAC (o metaOPAC). Detti anche "cataloghi collettivi virtuali", sono costituiti da un software che interroga contemporaneamente vari OPAC, indipendenti fra loro e interrogabili anche separatamente. I risultati della ricerca in genere vengono presentati in ordine di OPAC di origine. Le schede doppie in genere non vengono "schiacciate", se non, eventualmente, con automatismi piuttosto grezzi di accorpamento delle registrazioni identiche. Questa soluzione, ispirata dai meta-motori di ricerca delle pagine web come MetaCrawler, sta avendo una notevole fortuna e costituisce una sorta di surrogato delle funzioni che sarebbero consentite da una più ampia diffusione dello standard Z39.50. Sebbene l'uso di questi strumenti possa spesso rivelarsi assai utile, bisogna ricordarsi che le difformità fra gli OPAC originari, possibili a vari livelli (regole di catalogazione, formati di registrazione ed esportazione dei dati, numero dei campi previsti, ecc.) non possono che riflettersi nella loro meta-interrogazione, che risulterà sempre appiattita verso il basso rispetto alle opportunità offerte dalla interrogazione dei singoli OPAC attraverso le rispettive interfacce dedicate.

Infine c'è il multiOPAC, che è un po' il fratellino minore del metaOpac. Se ne parla meno. A volte si confondono l'uno con l'altro, e non ne esistono, almeno in Italia, molte realizzazioni. L'idea sarebbe questa: invece di avere un'unica interfaccia, una unica mascherina, che va a interrogare tanti OPAC, mi tira fuori i risultati e me li fornisce tutti insieme come in un metaOPAC, stavolta ho sempre un'unica mascherina, che quindi mi facilita la ricerca, però posso scegliere ogni volta un solo OPAC da interrogare. Si tratta quindi di un livello di integrazione minore, con l'obiettivo limitato di avere sempre di fronte una interfaccia familiare, senza pretese di unificare in alcun modo i dati provenienti da fonti diverse.

Multi-OPAC (o multiOPAC). Termine spesso usato come sinonimo di Meta-OPAC, ma che dovrebbe più appropriatamente indicare la possibilità di interrogare vari OPAC separati e indipendenti fra loro tramite una sola maschera di ricerca, proprio come nei Meta-OPAC, ma in questo caso solo uno alla volta. Molti Meta-OPAC permettono di selezionare su quali OPAC effettuare la ricerca, scegliendoli da un menu di possibilità: selezionando un solo OPAC il Meta-OPAC diventa un Multi-OPAC.

Anche nei motori di ricerca per parola del World Wide Web esistono metamotori e multimotori, e proprio da essi viene questa idea e questa terminologia. Tornando dal catalogo alla collezione abbiamo la biblioteca digitale:

Biblioteca digitale. E' una biblioteca "immateriale", in cui vengono conservati e resi disponibili esclusivamente documenti elettronici (originali o convertiti da originali cartacei), gestiti e catalogati elettronicamente. In questo caso né il bibliotecario né l'utente hanno più bisogno di recarsi fisicamente presso un particolare edificio per consultare o manipolare i documenti, in quanto ogni operazione può essere effettuata via rete da casa, dallo studio, dall'aula o dall'ufficio.

OPAL. Online Public Access Library. E' il (futuribile) catalogo elettronico della biblioteca digitale del punto precedente, che ad ogni record bibliografico associa e rende disponibile anche l'intero contenuto testuale o multimediale del relativo documento.
Su questa strada c'è chi addirittura ipotizza che, laddove nella catalogazione tradizionale abbiamo una descrizione bibliografica e poi una serie di accessi, se noi potessimo mettere al posto della descrizione l'immagine del frontespizio o addirittura l'opera stessa per intero, allora tutto il discorso della catalogazione potrebbe concentrarsi solo sugli accessi senza cercare di mimare un "quasi frontespizio", una descrizione. E qui si aprono orizzonti enormi, che lascio a un eventuale dibattito con gli esperti presenti in sala.

Infine un'altra accezione di biblioteca virtuale, è quella di webspace bibliotecario, le pagine web nella biblioteca. Il web come doppio virtuale della biblioteca. Non solo il catalogo elettronico, l'OPAC, come doppio virtuale del catalogo a schede ma l'intera biblioteca, con i suoi servizi, con i suoi bibliotecari, con cui è possibile dialogare e interagire per ottenere informazioni e servizi. Qui siamo solo agli inizi. Molte pagine web di biblioteche oggi sono solo dei dépliant statici e spesso poco aggiornati. Pian piano si spera diventino qualcosa di più. Qualcosa che potrebbe diventare addirittura la cosiddetta biblioteca della realtà virtuale, in cui, con appositi guanti, caschi e tute, o anche solo immagini tridimensionali sullo schermo, sia possibile entrare, virtualmente, appunto.

Webspace bibliotecario. Detto anche website o sito web della biblioteca oppure, spesso impropriamente se non si limita a una sola pagina, home page della biblioteca. E' costituito da una serie di pagine HTML che contengono tutte le notizie non strettamente bibliografiche relative a una determinata biblioteca "materiale". Ad esempio può fornire orari di apertura, servizi disponibili, eventuali mostre "virtuali" di particolari materiali, cenni sulla storia dell'edificio e delle collezioni, numeri di telefono, indirizzi di posta elettronica e immagini dei bibliotecari. Può includere l'accesso al relativo OPAC, ma può anche limitarsi a mettere a disposizioni semplici liste di periodici o altri tipi di documenti oppure addirittura non fornire affatto informazioni bibliografiche sui documenti posseduti. Potrebbe anche essere consultabile solo localmente, ma quasi sempre viene messo a disposizione a tutti via Internet.

Biblioteca della realtà virtuale. E' la futuribile virtual reality library, la "biblioteca virtuale" in senso stretto, con cui si potrà accedere localmente o a distanza, via rete, a simulazioni tridimensionali realistiche, immersive e interattive degli scaffali, dei libri e perfino dei bibliotecari e degli altri utenti, interamente automatizzati o"pilotati" da quelli reali, di cui costituiscono i cosiddetti "avatar".
In questo tipo di biblioteca virtuale "realistica" sarebbe possibile, con un colpo di mouse, "cliccando qui", tirare giù in un attimo tutti i volumi dagli scaffali e rimetterli subito tutti su cambiandone l'ordine. Potrei riorganizzare in un attimo l'intera biblioteca per autore, per titolo o per soggetto, senza più avere la divisione fra collezione, che sta solo in un ordine e catalogo, che permette di avere vari ordini. Sarebbe una ricomposizione della frattura fra collezione e catalogo. Un po' in parallelo con quello che avviene con i documenti in formato HTML e SGML in cui la parte di data del vero e proprio documento e quella di metadata, cioè la catalogazione, quei "dati sui dati" che permettono l'accesso e il recupero dell'informazione, sono incarnati in un unico oggetto, in un unico file.

Infine, passando per i virtual reference desk dalla vocazione enciclopedica, arriviamo al limite estremo, al mito, a qualcosa che può affascinare o spaventare, ma che comunque non è di questo mondo. Una cosa che è al di là della realtà delle biblioteche: quella che, si potrebbe chiamare biblioteca universale.

Virtual reference desk. Detti anche gateway, trailblazerpage, metapage, homepage, hub, virtual reference room, electronic reference desk e, appunto, virtual library. Sono pagine web che raccolgono, ordinano e talvolta valutano e commentano link ai principali strumenti disponibili in rete relativamente a una determinata disciplina o argomento (virtual reference desk specializzati) o alla ricerca su Internet in generale (virtual reference desk generali).

Biblioteca universale. Detta anche "la" (contrapposto a "una") biblioteca virtuale. Raccolta di tutti i documenti esistenti (docuverso), resi disponibili per la consultazione istantanea.
La biblioteca universale o globale è un mito antichissimo e persistente, dalle mille incarnazioni, che vanno dalla Biblioteca di Alessandria a Xanadu, passando per la Biblioteca di Babele e l'Aleph borgesiani e le idee di controllo bibliografico universale e di disponibilità universale delle pubblicazioni. Si tratta dell'idea che possa esistere un posto, che non sia il paradiso terrestre, ma sia un posto accessibile con facilità, in cui sia raccolta la "totalità" (questa è una parola che pronunciamo senza renderci conto della sua potenza) dei documenti esistenti. Non solo tutti i libri e tutti i periodici cartacei ed elettronici, ma anche tutta la letteratura grigia, tutti gli appunti, tutte le dispositive, tutte le dispense, tutte le telefonate, tutti i messaggi di posta elettronica..... Provate a immaginarvelo... Un sogno, o un incubo, a seconda del punto di vista.
Il problema fondamentale della biblioteca universale è individuare chi deve gestire questa totalità dei documenti. E' qualcuno che la può manipolare e modificare? Allora è il Grande Fratello orwelliano. Meglio starne alla larga. O c'è qualcuno che riesce a mantenerla intatta, accessibile e democraticamente aperta a tutti ma non manipolabile da nessuno? Proprio questo, caso mai, sarebbe il compito del bibliotecario.

* * *

All'interno del processo in cui siamo immersi e di cui abbiamo visto oggi tante esemplificazioni, in una ottica in cui si va verso reti a maglie sempre più fitte, in cui tutti saremo collegati con tutti, con crescenti possibilità di accesso alle informazioni remote, muovendoci in una direzione che ha come orizzonte ultimo la biblioteca universale, dove tutto è accessibile da qualsiasi punto, bisogna, secondo me, stare un po' attenti a non perdere la testa, a non uscire di sé. La "bibliotecafuori di sé" è una ottima idea, il bibliotecario invece è meglioche resti il più possibile in sé, nell'ambito della propria dialettica, e quindi ricordarci - lo dicevo all'inizio - che la biblioteca è sempre una biblioteca per un determinato pubblico.
Un ipertesto - perché alla fin fine il modello è quello - anzi, un buon ipertesto, non è mai qualcosa in cui tutti i nodi sono collegati con tutti gli altri nodi. Un buon ipertesto non è quello in cui è possibile seguire tutti i percorsi logicamente possibili, perché quello si chiama caos.
L'informazione nasce dal disordine. Disordine secondo un criterio, ma disordine. Un libro è una serie di caratteri disordinati, perché se fossero ordinati ci sarebbero prima tutte le A, poi tutte le B, e poi le C, oppure si andrebbe dalla parola più lunga a quella più corta. Questo è ordine, ma non produce informazione, e non si legge neanche con piacere. Noi siamo portati a identificare il caos con il disordine, invece il caos è il deserto, il silenzio, l'entropia. Quello è il vero caos. Un ipertesto dove tutto fosse raggiungibile, tutti potessero cliccare ovunque, sarebbe l'immagine stessa del caos.
Usciamo dalla metafora. Oggi si è parlato molto di metaOPAC, di aggregazioni, di cumulare tanti cataloghi per ottenere cataloghi collettivi, reali o virtuali, sempre più vasti. Benissimo, però stiamo attenti a valutare di volta in volta costi e benefici dell'aggregazione, e soprattutto stiamo attenti a non eseguire tutte le possibili aggregazioni solo perché è tecnicamente possibile farlo.
Qui in Toscana si parla di un metaOPAC toscano. Benissimo. Le università italiane pensano a un metaOPAC delle università italiane. Benissimo, anche se in Toscana ci sono diverse università. Le varie ditte produttrici di software si accingono a produrre dei metaOPAC di tutti i cataloghi che usano il loro software. Benissimo, anche se le università toscane utilizzano software diversi.
Tutto ciò da un certo punto di vista va benissimo, perché ci ricorda che non può esistere né la biblioteca universale né il metaOPAC universale. Ci sono tanti tagli, tanti modi di cercare, ottenere e mediare l'informazione. Però stiamo attenti di non fare tutti i possibili metaOPAC e cumulazioni solo perché è possibile farli. Bisognerebbe valutare sempre, ciascuna volta, se ne vale la pena. Se c'è dietro una politica, una idea, una rete concettuale, prima che una rete telematica.
Quello che è difficile in un ipertesto è tracciare i link giusti, è trovare un equilibrio soddisfacente fra centro e periferia. Ad esempio, attualmente, in Rea.Net, accanto alla parte di cumulazione del catalogo c'è una parte di web-space delle biblioteche, quindi di informazioni sulle biblioteche. Come è stato sottolineato sono molto pulite, molto ordinate, molto coordinate fra loro. Bene, bravi, perché lavorando in AIB-WEB so bene quanto sia difficile mantenere il coordinamento fra una serie di pagine relative a realtà diverse.
Però mi pare di capire che per ora queste pagine vengono confezionate centralmente, presso il cuore del sistema. Arrivano informazioni dalla periferia e al centro vengono trattate, omogeneizzate e rese disponibili sul Web. Certo, così è più facile mantenere il coordinamento, e in una fase iniziale è giusto partire in questo modo, ma come obiettivo finale, per rendere i web bibliotecari veramente quelli che dovrebbero essere, cioè una rete di soggetti autonomi che cooperano, l'ideale sarebbe riuscire a trovare il modo che ciascuno aggiorni il suo. Non dicendo a qualcun altro: "per favore aggiornamelo", ma mettendoci direttamente le mani. Il che rende terribilmente più difficile poi coordinare davvero la rete complessiva. Però questa dialettica potrebbe essere un'ottima palestra per una cosa ancora più difficile che coordinare un insieme di web, come sanno bene i bibliotecari, e cioè far cooperare davvero chi alimenta un OPAC collettivo.

 ************** 

NOTE

[1] Questa versione scritta dell'intervento tenuto a Empoli il 5 Giugno 98, ultimata il 10 Luglio 1998, sebbene sostanzialmente fedele a quella orale, cerca di tenere conto, nella parte su cataloghi collettivi e metaOPAC, anche dei successivi interventi di Mauro Guerrini durante la stessa giornata empolese e di Eugenio Gatto nella mailing list utilizzata per la gestione del repertorio OPAC italiani presso AIB-WEB <http://www.aib.it/aib/lis/opac1.htm>. Sui vari tipi di cataloghi collettivi, i metaOPAC e i multiOPAC cfr. anche i paragrafi 6, 7 e 8 di Antonella De Robbio, L'identità diOPAC1: lo strumento, l'attività del gruppo, gli OPAC, prospettive future, in: Seminario AIB-WEB: per un'integrazione delle risorse in rete, Roma, 27maggio 1998, atti a cura di Serafina Spinelli,<http://www.aib.it/aib/commiss/cnur/awderob.htm>. Ringrazio infine Antonella De Robbio e Claudio Gnoli per le recenti meta-conversazioni elettroniche.

[2] Cfr. Riccardo Ridi, Il retaggio multimediale fra hardware, software e politiche culturali, in: L'automazione delle biblioteche nel Veneto: l'irruzione della multimedialità, atti del nono Seminario Angela Vinay, 5 Dicembre 1997, a cura di Chiara Rabitti, Fondazione scientifica Querini Stampalia, Venezia, in corso di stampa, giù disponibile in rete:<http://www.aib.it/aib/sezioni/veneto/ridi.htm>.

[3] Fabio Metitieri e Riccardo Ridi, Ricerche bibliografiche in Internet. Strumenti e strategie di ricerca, OPAC e biblioteche virtuali, Milano, Apogeo, 1998. Indice, introduzione e alcuni estratti disponibili in rete: <http://www.apogeonline.com/catalogo/431.html>.

[4] Alfredo Serrai, Le condizioni bibliografiche per una cumulazione dei cataloghi, in: Sistemi bibliotecari e meccanismi catalografici, Roma, Bulzoni, p. 143-150 (146).

URL: http://www.comune.empoli.fi.it/biblioteca/reanet/cliccaqui/ridi.htm
Data ultimo aggiornamento: 1999-09-11.
Webmaster