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(1) Pontormo, San Michele Arcangelo

(2) Pontormo, San Giovanni Evangelista
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I santi del Pontormo
Ai tempi di Jacopo, Pontorme era un borgo fortificato, soggetto alla Repubblica fiorentina, collocato tra la via Regia che conduceva a Firenze, l’argine del fiume che gli dava il nome e la ricca campagna che si stendeva fino a raggiungere il corso dell’Arno. Ancora oggi, scavalcando il torrente, si respira un po’ di quell’aria antica; e giunti in prossimità delle mura non è poi così difficile immaginare il ventenne Jacopo, sui ponteggi, intento ad affrescare sulla porta l’Arme di Leone X “con due putti, bellissima”, come ebbe a dire Vasari.
Ma il lavoro di gran lunga più importante per gli uomini di Pontorme fu, intorno al 1519, la pala con i Santi Giovanni Evangelista e Michele Arcangelo dipinta per la chiesa di San Michele. È la chiesa più antica del borgo, già sotto il patronato dei Capitani di Orsanmichele e più tardi dei Cavalieri di Santo Stefano, la cui facciata in laterizi reca flebili testimonianze dell’originario aspetto romanico.
Varcata la soglia, la si scopre custode di raffinati tesori di Lodovico Cigoli, di Girolamo Macchietti e di Ottavio Vannini. Percorsa l’intera navata, al cospetto dell’altare del transetto destro, vicino al fonte bat-tesimale, il riguardante godrà della vivida cromia, della luce da ribalta e delle tortili posture dei due santi dipinti dal Pontormo. Sono Giovanni Evangelista e Michele Arcangelo, affrontati secondo l’idea che era stata di Donatello nelle porte bronzee della sagrestia Vecchia di San Lorenzo e destinati a incorniciare una venerata immagine, l’attuale Crocifisso ligneo, o forse una Madonna, come sembra suggerire Vasari.
I due santi sono pensati in contrappunto, smentito soltanto dallo speculare manto rosso, tanto morbido, sinuoso e avvolgente nell’Evangelista quanto frastagliato, costretto e crepitante nell’Arcangelo. L’anziano Giovanni ha la figura completamente avvitata su se stessa, il volto intenso, assorto e concentrato; è in esercizio di ascolto e di ispirata visione, colto quando sta per scrivere, come appoggiato a un intuibile leggio. È il san Giovanni dell’Apocalisse, dell’isola di Patmos, richiamata dall’aquila ritta ai suoi piedi, che pare concentrarsi sul trionfo armato di Michele. Jacopo presenta l’Arcangelo come un giovane di bellezza apollinea, in posa sinuosa, acrobatica, elegante nell’armatura metallica.
La corazza, le calze e le gambiere, sono inguainate come a indugiare sul corpo atletico, del quale rimangono bizzarramente nudi le ginocchia ben tornite e i piedi. Con la destra brandisce la spada, con la sinistra sorregge sia lo scudo che la bilancia, inclinatissima. Accovacciato, quasi incastrato ai suoi piedi, ci sorprende il demonio, raffigurato come un bambino dalle orecchie diaboliche e dall’aletta aculeata, con il volto segnato da una smorfia di dolore, che non esita a rovesciare, anche se ferito e sanguinante, uno dei piatti della bilancia con cui Michele pesa le anime, quasi a capovolgere la sentenza: un monito forse contro gli agguati del maligno alle anime anche nel momento del trapasso e una riflessione sulla morte suggerita a Jacopo dal suo profondo e tormentato sentimento religioso.
Si diceva dell’uso sapiente del colore. Nella pala Jacopo sperimenta gamme cromatiche originali e le utilizza creando un continuo rapporto dialettico e apparentemente armonico tra le due figure, accomunate soltanto dalle stesse tonalità di grigio e di rosso; la luce che scende dall’alto provoca invece contrasti e accostamenti liberi, in cui tutte le proporzioni vengono alterate. Nell’Arcangelo si passa dalle gamme del rosso del mantello, dell’arancio dei calzari e del rosa delle gambe, alle diverse intensità del grigio dell’armatura e della camicia, mentre nell’Evangelista tutto ruota attorno ai toni più pacati del grigio e del rosso. Anche nel colore, dunque, un gioco di rimandi e contrasti che parrebbe alludere, in un artista colto e sottile come Jacopo, alle due grandi correnti di pensiero ancora vive a Firenze, espressione del profetismo penitenziale del Savonarola e dell’edonismo effimero, eredità del Magnifico.
Cristina Gelli |