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CASA DI CUSTODIA ATTENUATA DI POZZALE

QUASI LIBERE
ANNA n.40 del 1 ottobre 2002


A Empoli c'è una prigione diversa. Dove la rieducazione si fa davvero. Le detenute, in cambio di una pena più mite, s'impegnano a dimenticare la droga. Per sempre.
Di Cristina Giudici. Foto di T.Conti/Marka


Il ronzio quasi impercettibile rompe il silenzio.Foto della cella di una delle detenute E' il rumore dei cancelli blindali che si aprono lentamente. Pochi minuti e le porte della casa circondariale Toscana del Pozzale a Empoli, si spalancano. Qualche passo nel piccolo corridoio che ospita gli uffici della direzione poi un agente prende un mazzo di grandi chiavi che aprono altri cancelli: inferriate, sbarre e celle.

Finalmente siamo dentro.

Ci si immagina il carcere come un posto cupo e opprimente dove tragedie umane e colpe individuali vengono nascoste agli occhi del mondo. Nella speranza di proteggere la società dal crimine. Ma per la squadra di Empoli formata da 40 agenti, un educatore, due psicologhe e la direttrice, Margherita Michelini la "ricetta" giusta per garantire la sicurezza sociale non è solo la prigionia. Loro credono nel principio espresso dalla Costituzione che raccomanda una pena "rieducativa". In altre parole: agli uomini e alle donne che sbagliano bisogna dare un'altra opportunità per poter correggere il prop rio destino e ricominciare da capo. Ecco perchè a Empoli, unico carcere femminile italiano destinato solamente a tossicodipendenti, l'ambiente è accogliente. Alle pareti sono appesi quadri colorati, dipinti dalle detenute. Sulle grate, piante rampicanti ,e le porte delle celle sono sempre aperte, fino a sera. Al piano terra c'è una biblioteca, dove si tengono i corsi di teatro e si impara a lavorare il vetro .I colloqui con le famiglie avvengono in un grande giardino, con chiostri e panchine.



TERAPIE PERSONALIZZATE

Quasi un miraggio per chi è stato nelle carceri "ordinarie", di solito fatiscenti e umide, sovraffollate e infestate dagli insetti. Dove il tasso dei suicidi è altissimo (vedi box alla pagina seguente). Quello di Empoli invece è un istituto di custodia attenuata. Qui, chi è stato privato della libertà perché ha commesso reati legati alla tossicodipendenza può decidere di venire a scontare una pena più mite. In cambio però deve impegnarsi a trasformare la sua vita. Affidandosi a progetti terapeutici personalizzati. Prima di essere accolte, le detenute devono sottoscrivere un contratto. In cui dichiarano di voler abbandonare le vecchie abitudini. Come gli stupefacenti o l'alcol. E di accettare di partecipare alle attività formative e culturali.


Foto di un'ex detenuta che lavora al giornale cittadino

Sembra un compito facile: "Chi potrebbe rifiutare un aiuto così generoso da parte dello Stato?", viene da chiedersi. La questione però è complessa. Su 57mila detenuti in Italia 14.440 sono tossicodipendenti di cui 2.369 donne. Vengono arrestate per spaccio di stupefacenti o furti legati alla necessità di procurarsi una "dose". Una volta in prigione, però, la loro vita assomiglia a quella che conducono fuori. Riescono facilmente ad aggirare i controlli e ad acquistare droga, o si imbottiscono di psicofarmaci che chiedono ai medici oppure ottengono dalle compagne di cella in cambio di qualche favore. Le più disperate ricorrono al gas, dato che possono tenere in cella una bomboletta per cucinare. La cronaca riporta spesso i casi tragici di detenuti morti in carcere perché lo inalavano. Una situazione drammatica, che nessuno riesce a correggere, perché manca personale adeguato: educatori, psicologi e assistenti sociali. Cosi, chi finisce in carcere non riesce a curare la propria dipendenza. Anzi, spesso la aggrava. A Empoli però è diverso. A metà strada fra un carcere e una comunità, l'istituto offre una via d'uscita dalla droga. "Purtroppo però ci sono pochissime detenute che decidono di venire qui",spiega la comandante della polizia penitenziaria Matilde Beltrami. "Non è un cammino facile per chi ha dieci, vent'anni di tossicodipendenza alle spalle. Da noi sono costrette ad affrontare il loro problema e quindi vanno in crisi". "Comunque la percentuale dei successi è alta", aggiunge la comandante. "Nel 60% dei casi le nostre ragazze riescono a cambiare vita. Infatti, non solo le sproniamo quando sono qui, ma le seguiamo anche una volta uscite. La nostra équipe tiene contatti con le istituzioni locali per aiutarle a trovare lavoro e a reinserirsi nella società. C'è però un dato preoccupante: tante, quando arrivano alla fine delle pena, non vogliono più uscire. Hanno paura dì rimanere sole di fronte alla realtà".



TEATRO E COMPUTER PER CAMBIARE VITA
Attualmente le "ragazze" Foto di una riunione della redazione del periodico ragazze fuoridi Empoli sono solo sette. In paradosso se si pensa alle grandi carceri sovraffollate. L'istituto toscano può ospitarne 22, ma le richieste tardano ad arrivare perché quasi nessuna vuole intraprendere il cammino del cambiamento. Eppure, una volta arrivate qua, non vogliono tornare indietro. La loro giornata è intensa. Si svegliano alle otto, fanno colazione e poi iniziano a lavorare. C'è chi fa la "scopina" e pensa alle pulizie. Chi si occupa della spesa, della lavanderia o della cucina. Poi, a mezzogiorno. si riuniscono per il pranzo. Nel pomeriggio è il turno delle attività: cinema, teatro, scuola, corsi di computer.


Alcune vanno nell'azienda agricola, adiacente al carcere dove si dedicano all'apicultura. Ma l'orgoglio delle dfoto attività di apiculturaetenute dì Empoli è soprattutto il loro giornale. Grazie all'interessamento della giornalista Barbara Antoni redigono un periodico dedicato al "pianeta carcere", che si chiama Ragazze fuori. Ogni mese pubblicano testimonianze, notizie, commenti e rubriche. Sull'ultimo numero c'è anche una piccola guida per orientarsi nella "giungla penitenziaria". Dal cibo di "pessima qualità che passa il convento" alla busta paga (mai più alta di 250 euro).



STORIA DI UNA RINASCITA
Daniela Moscardini ha 35 anni. Gli ultimi dieci vissuti nello stesso modo: dentro e fuori dal carcere. Ha capelli biondiFoto realizzazione oggetti in vetro, occhi pieni di luce e un gran desiderio di vincere la sua battaglia. L'ultima volta è stata arrestata per grosso spaccio di droga, a Pisa. Delle sue precedenti esperienze in prigione ricorda soprattutto il rumore assordante della "battitura delle sbarre", quando a qualsiasi ora del giorno o della notte gli agenti battevano i manganelli contro le inferriate per verificare che nessuno le stesse segando per tentare la fuga. Poi i litigi violenti con le compagne, i panni stesi ovunque, la droga,"Sono stata sei mesi senza uscire dalla cella", racconta. "Rimanevo tutto il giorno sdraiata sulla branda, come stordita. Non sapevo più cosa fare della mia vita. Poi un agente ha cercato di aiutarmi, dandomi un lavoro di contabilità. E qualcosa dentro di me si è messo in moto. Ho chiesto di venire a Empoli perché sapevo che era più facile ottenere dei permessi di uscita. Una volta arrivata qui però ho dovuto firmare il contratto che mi obbligava a studiare e a lavorare".Solo pochi mesi e Daniela è entrata in crisi. Non se la sentiva di raccogliere i frammenti della sua esistenza e di cercare di ricomporre il mosaico. Poi ha capito che stava lavorando per costruire il suo futuro. e ha iniziato a combattere. Oggi studia e recita nella compagnia teatrale. Ma la sua occupazione principale è quella della "scrivana". Scrive istanze burocratiche per le detenute straniere che non sanno l'italiano. Compila le "domandine" da inviare alla direzione del carcere per ottenere prodotti e generi alimentari che non vengono distribuiti dall'amministrazione penitenziaria. Compone lettere per le sue compagne che ricevono messaggi d'amore. Grazie al teatro ha potuto mettere in scena il suo dramma personale, un figlio avuto da un tunisino che le è stato strappato per sempre.



QUELLA PAURA DI AFFRONTARE IL FUTURO
Ora Daniela sta per diventare una "liberante", come si chiama in gergo chi sta per lasciare il carcere. Fra otto mesi uscirà, ma ha deciso che andrà in comunità: non si sente ancora pronta ad affrontare il mondo. Poi, se il futuro le concederà di realizzare un sogno, aprirà una piccola attività, magari un ristorante. Daniela è quasi arrivata al traguardo. Per Rosangela Apolivera, 37 anni, italo -brasiliana, la strada da percorrere invece è ancora lunga. Lei l'Italia non l'ha neppure mai vista: è stata arrestata alla frontiera, a Ventimiglia, mentre cercava di introdurre nel nostro Paese una partita di droga. In questo modo sperava di risolvere i problemi economici della sua famiglia. Di mettere insieme i soldi per mandare a scuola i due figli, che ha lasciato in Brasile. Ora soffre molto di nostalgia, perché in carcere non è facile ottenere il permesso per poter fare una telefonata all'estero. Rosangela studia l'italiano e lavora come "scopina". Ogni mattina pulisce le celle e i locali comuni. Al pomeriggio partecipa alle attività: balla la samba al corso di teatro e assiste alle proiezioni del cineforum. Ora che ha capito di aver sbagliato. deve risolvere molti problemi. È una clandestina, senza permesso di soggiorno: quando uscirà, fra due anni, verrà espulsa. Ecco perché l ' équipe di Empoli sta lavorando per convincere le autorità locali a darle un'opportunità: un lavoro per aiutare i suoi figli lontani. E per stare lontana dalla droga.